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sabato 12 febbraio 2011

LA MIA VITA CAPITOLO 12 L'ULTIMO

 CAPITOLO 12

Passarono i mesi, il 14 ottobre 1965 nacque il secondo figlio un maschio di 4 kg
Questa è la foto del giorno del battesimo nella chiesa della missione cattolica italiana di Zurigo.
Tutto sembrava andare avanti molto bene la Danila lascio il lavoro per tenersi i bambini a casa con noi.

 Una pioccola festa in famiglia con le madrine dei bambini

queste foto sono state fatte con le prime macchine polaroil a colori

La vita sembrava rosea, eravamo veramente felici, con il guadagno del lavoro delle foto potevo arrotondare bene la nostra esistenza.
Nuovi problemi sono nati quando il proprietario dell'appartamento dove abitavamo a Zurigo mi comunico che quel stabile veniva abbattuto per essere ricostruito e che avrei dovuto cercare un nuovo alloggio.
Kloten una prospera cittadina aveva l'aeroporto internazionale.
mio figlio a tre anni era il nostro ometto sempre allegro e sorridente

mi pare che voleva incominciare troppo presto!!!


Tutto andò bene 3 mesi dopo traslocammo a Kloten una cittadina  a 10 km. da Zurigo.
Pur troppo dovetti rinunciare al lavoro delle foto il nuovo appartamento era di nuova costruzione non potevo rischiare di sviluppare foto cera il rischio di rovinare tante cose con l’acido chimico.
A Kloten dato che la Danila custodiva i nostri bambini ci venne un’idea, dato che
tante famiglie con bambini piccoli cercava di trovare una famiglia disposta a custodire il suo bambino durante il giorno, la Danila prese un bambino di 3 anni e una bambina di 2 anni.
Questi bambini li portavano alla mattina molto presto e ritornavano a prenderli alla sera,
Un lavoro con molta responsabilità, ma che aiutava molto nel bilancio famigliare.
Venne finalmente una data importante cioè che dopo 10 anni di permanenza in Svizzera una legge federale dava il permesso di soggiorno classe C  voleva dire che uno straniero era libero di fare qual siasi lavoro senza più avere un visto dalla polizia degli stranieri io subito pensai che il mio desiderio era quello di fare l'autista di mezzi pesanti così mi iscrissi a una scuola dove prima ci si preparava teoricamente è stato molto duro però dopo 6 mesi diedi l'esame e fui promosso a pieni voti una teoria approfondita sui motori a diesel e tutti i sistemi frenanti dei mezzi pesanti è stato per me il primo traguardo ora iniziava la pratica cioè la guida di diversi tipi di automezzi la Svizzera e sempre stata molti rigorosa su tutte le professioni, bisognava dimostrare che sei all’altezza di ogni situazione alla fine si riceve un certificato federale della tua abilità.
Anche qui sono stato un po’ fortunato nella fabbrica di colori dove ero operaio mi feci amico di un autista che portava il materiale fabbricato nella fabbrica nelle drogherie e nei magazzini di vendita cosi nei giorni che erano destinati al trasporto io andavo con lui e potevo guidare l’automezzo io fra quello e le ore di guida che dovevo fare in una ditta che aveva gli automezzi di diverse dimensioni feci la pratica mi ricordo quel giorno che ricevetti il permesso di guidare automezzi pesanti fu per me un grande giorno perché pensai di lasciare la fabbrica di colori per fare l'autista di grossi mezzi.
In fabbrica mi davano la possibilità di fare molto lavoro straordinario così tutti i sabati lavoravo per preparare il magazzino delle scorte dei colori delle svariate tonalità.
Però c’è sempre in me che ora che avevo il permesso di soggiorno senza più limitazioni avrei voluto fare il conducente di automezzi pesanti, non dovevo lasciare passare troppo tempo dopo di aver avuto la patente confederale senza guidare.
Un giorno presi una decisione guardai nel giornale e vidi che cerano molte richieste di conduttori di automezzi pesanti, incominciai a telefonare alle imprese di trasporti.
Una settimana dopo avevo già concordato per fare il contratto di lavoro in una grande impresa di trasporti, avevano più di 100 automezzi divisi in diversi reparti, dai trasporti speciali alle autogru, proprio quello che sognavo.
Mi licenziai subito, le regole contrattuali qui erano che bisognava rimanere tre mesi dopo aver dato la disdetta, per fortuna l’impresa di trasporti mi avrebbe aspettato.
Qui una passeggiata  in un rigido inverno di Zurigo lungo il Limmat, fiume che attraversa la città.
Ai primi di maggio 1967 iniziai il lavoro come autista per i primi otto giorni mi e stato assegnato un autista esperto tutto andò meglio del previsto, poi ricevetti un vecchio camion speciale con un impianto idraulico che faceva funzionare due enormi braccia contemporaneamente il mezzo tradotto in italiano si potrebbe dire cambio conteiner oppure cassoni di diverse dimensioni.
Dopo qualche mese venni chiamato in ufficio e mi comunicarono che sarebbe arrivato entro sei mesi un nuovo automezzo  e lo avrebbero dato a me, poi aggiunsero che avrei dovuto fare un corso di conoscenza del mezzo perché era un mezzo più grande di quello che avevo incominciato, la cosa mi lusingo molto anche perché mi dissero che dato la mia sempre disposizione se accettavo di fare di picchetto in caso di necessità anche di domenica se sarebbe stato necessario un automezzo.
Io accettai con entusiasmo anche perché questi servizi erano ricompensati  con il doppio della paga, iniziò per me quel lavoro che piaceva tanto a me.
Arrivò l’inverno così mi misi in lista anche per il picchetto per l’aeroporto in caso di neve.
In questo lavoro l’o iniziato nel 1967 fino il 1995 quando andai in pensione.
Ebbi la possibilità di scelta su quale reparto trasporti mi piaceva, scelsi reparto normale così tutte le sere potevo essere con la mia famiglia, solo nei casi di emergenza ero sempre presente, l’inverno specialmente per tenere sempre efficienti le piste dell’aeroporto.
Credo che ora possa chiudere il mio racconto della mia vita, dirò solo che sono stato fortunato ad entrare in una così grande impresa di trasporti dove ho potuto dimostrare le mie capacità in questo ramo che mi a dato la possibilità di dare alla mia famiglia e ai figli un avvenire sereno e sicuro.
Continuerò nel mio blog a pubblicare ricordi e foto dei miei viaggi che ho effettuato quando i figli erano grandi.    Chi vorrà per curiosità  vedere di più può guardare in questo link.    htt://www.ernstfall.ch
Solo che è in tedesco la nostra lingua locale.
Ringrazio tutti/e della vostra attenzione dei miei ricordi della mia vita.
Tomaso

giovedì 10 febbraio 2011

LA MIA VITA CAPITOLO 11

CAPILOLO 11

Passarono i primi tre mesi il pancione di Danila cresceva sotto i miei occhi lei continuava ad andare a lavorare in fabbrica e si sentiva molto bene, in luglio nacque una bella bambina la abbiamo chiamata Manuela eravamo molto felici.

Il giorno del battesimo nella chiesa della missione cattolica italiana di Zurigo
Passati i primi giorni ci rendemmo conto che arrivarono i grossi problemi, noi non potevamo tenere in casa la nostra bambina fummo costretti come la maggior parte dei miei con-nazionali.
Di portare la bambina in una casa nido si andava a trovarla al sabato e alla domenica fu molto duro accettare questa situazione ma non cera altre soluzioni.
la domenica era una grande festa si andava trovare la nostra bambina
A Natale prendemmo una decisione, andammo in Italia a parlare con mia mamma per vedere come meglio avremmo potuto fare ha noi interessava che la bambina crescesse in una famiglia dove avrebbe potuto avere più affetto, perché abbiamo notato che nelle case nido questo non potevano darle così d’accordo con mia madre abbiamo portato la bambina in Italia mia madre era contenta di far crescere la nipotina, essendo già nonna de 4 nipotini solo maschi si dedicò con tanto affetto ha questa nipotina.
 un bel modo di fare toilette all'aperto dalla nonna in Italia
i suoi primi passi
In primavera del 1960 decisi di acquistare una vettura di occasione, una FIAT 600 per poter meglio  spostarsi ora aravamo in tre e la motociclette non bastava più.
La situazione di avere la bambina in Italia fu molto difficile accettare questa situazione al giorno durante il lavoro il tempo passava senza pensarci troppo ma alla notte era sempre più difficile.
Fui costretto a fare la patente di guida Svizzera perché la patente Italiana non era riconosciuta dalla legge svizzera mi e stato facile ottenerla anzi questo mi a dato l’occasione di un lavoro supplementare il maestro di guida che mi portò per fare gli esami mi fece una proposta molte allietante vedendo che io ero molto bravo ad apprendere tante cose mi disse che lui cercava un aiutante italiano per fare qualche ora di guida ai tanti italiani e spagnoli che lui non riusciva a preparare in tempo.
Fu così che dopo un po’ di preparazione dei documenti che lui aveva preparato iniziai, quasi tutte le sere dopo il lavoro della fabbrica facevo una ho due ore di scuola agli italiani e spagnole il sabato e pure la domenica, in più c'èrano anche le foto.
Dopo un paio di mesi mi resi conto che non potevo continuare con la 600 fiat cosi acquistai una 1100 fiat che era più adatta per quel lavoro tutto andava molto bene.
Passarono cosi circa 7 mesi poi prendemmo una decisione in svizzera abbiamo capito che c'èrano delle famiglie private che prendeva in custodia dei bambini durante tutta la settimana anche tutta la notte, siamo subito interessati per cercare non passò tanto tempo che abbiamo conosciuto una famiglia la signora era di origine italiana però nata in svizzera i suoi genitori erano di quelli venuti in Svizzera prima ancora della prima guerra mondiale avevano due maschi e desideravano tanto una bambina fu così che andammo in Italia a prendere la nostra bambina e affidammo a quella famiglia la portavamo alla domenica sera e si andava prenderla al venerdì sera.
Iniziò cosi un buon periodo. quella famiglia educò la bambina molto bene intanto che la bambina cresceva gli spiegavano che il suo papà e la sua mamma erano a lavorare e che sarebbero venuti sempre a prenderla passarono 5 anni e posso dire che siamo stai molto fortunati.
Un meraviglioso giorno mia moglie mi comunico che stava aspettando un bambino.
Questa bella notizia mi riempi di gioia e cosi iniziammo una attesa che ci fece capire che avremmo dovuto cambiare tante cose prima di tutto la Danila avrebbe dovuto lasciare il lavoro io non avrei mai accettato che anche il figlio che stava per arrivare lo avremmo affidato ad estranei.
La cosa ci favorì, il marito della signora che guardava la nostra bambina era un Perito chimico e lavorava in una fabbrica di colori, fu così che mi fece una proposta lui mi avrebbe fatto entrare in fabbrica come operaio per la fabbricazione di colori a dispersione che stavano completando il reparto, fu così  che tre mesi dopo iniziai il nuovo lavoro, molto bene pagato.
Continua.
Come vedete la fortuna mi sta assistendo.
Tomaso

mercoledì 9 febbraio 2011

LA MIA VITA CAPITOLO 10

CAPITOLO  10 INIZIO DELLA MIA FAMIGLIA

Ai primi di febbraio 1957 partimmo sapendo che sarebbe stata una vita difficile ma eravamo insieme nel nostro cuore cera tanta fiducia di noi stessi, la fortuna ci ha un po’ assistito arrivati a Zurigo abbiamo trovato subito un piccolo monolocale, in centro città.
La Danila incominciò il suo lavoro come aiutante cuoca io mi mise subito per cercare lavoro sperando prima possibile di trovarlo,  poi di ottenere il permesso della polizia degli stranieri.
Dopo aver girato  da diverse fabbriche, finalmente una fabbrica di panelli per l'isolazioni sembrò che avessero posto, mi hanno fatto visitare i diversi reparti, stavo sulle spine ancora non mi avevano detto che mi avrebbero assunto, io lo speravo tanto anche perché avevo visto che c'erano tanti italiani in quella fabbrica, ritornati in ufficio.
Mi fecero accomodare, per 5 interminabili minuti, arrivò un signore, di sicuro era il direttore mi feci accomodare nel suo ufficio, parlava il perfetto italiano mi disse che mi avrebbero assunto dovevo solo aspettare un loro avviso oppure passare io, due giorni dopo, non aspettai il loro avviso avevo troppa fretta per sapere,  lui mi aveva detto che avrei di sicuro avuto il permesso dalla polizia degli stranieri, così fu! tre giorni dopo iniziai ha lavorare pieno di buona volontà.
Dopo 2 settimane mi chiamarono in ufficio, il direttore mi disse che avevano pensato a me perché avevano visto che avevo molta iniziativa e che stava arrivando una nuova macchina per pressare il pannelli dove occorrevano 4 operai io sarei stato quello principale per il controllo del pannello di comando, ero molto emozionato, il direttore se ne subito accorto, mi disse questa è una grande famiglia e tutti siamo importanti, io sono il direttore ma per tutti sono Meier, gli risposi in tedesco quelle due parole che sapevo, jà herr Meier, "si Signor Meier" mi fece un sorriso, non avrei mai pensato di aver trovato-Diciamo la fortuna la vita mi sembrò cosi bella, avevo molta paura che non durasse.
Passarono i mesi e vedi che il mio lavoro in fabbrica andava bene, io e la Danila eravamo felici se anche rimaneva quel problema, non sapevamo ancora se la nostra nuova famiglia come si avrebbe potuto cominciare, i permessi restrittivi che offriva le autorità svizzere non erano tanto sicuri, avere bambini erano problemi, pensammo di aspettare almeno un paio di anni.
Arrivò le feste di Natale, decidemmo di non rientrare in Italia per le feste, così si poteva risparmiare di più.
Il mio sogno di fare il fotografo incominciava a svanire.
Il 1958 inizio bene io contento del mio lavoro, solo che non eravamo troppo contenti del lavoro della Danila, gli orari di lavoro ci portava via tanto tempo per noi.
Era troppo tardi terminare tutte le sera alle 10.00 e oltre, comunque andava avanti lo stesso.
Seppi da gente che erano qui molto prima di noi, che c'erano delle possibilità con un certificato medico. In-cominciammo ad parlare con il dottore di famiglia, gli abbiamo fatto capire che la Danila causa questi orari si trovava molto depressa, e che il mangiare della cucina senza fissi orari le davo molto fastidio al suo intestino, così incominciarono visite di controllo per vedere se veramente lei ne soffriva, vedendo che la cosa andava  un po’ alla lunga, chiesi io un colloquio con il dottore, molto gentile mi feci accomodare, subito mi disse signore quello che chiede è molto difficile.
Lo guardai e gli dissi, lei ha famiglia? Mi rispose si, io ancora non ce lo e non potrò mai averla fino  quando mia moglie non avrà un lavoro normale, gli dissi siamo giovani noi vogliamo essere una vera famiglia e avere figli, se lei ha un cuore e pensa un po’ tutto sarà possibile,già stavamo pensando come si avrebbe potuto anche per lei passare al lavoro in fabbrica, era molto difficile cambiare il contratto, bisognava trovare qualche cosa, consigliati da amici svizzeri
Mi guardò sorridendo e disse vediamo quello che posso fare,io sapevo che se lui voleva poteva sempre trovare una ragione, conoscendo bene che solo lui poteva aiutarci.
Una settimana dopo la Danila fu chiamata ha una visita speciale,nella sede dell’istituto universitario, la cosa andò più facile dell’imprevisto, un certificato che dichiarava che per varie ragioni era autorizzata a cambiare lavoro, otto giorni dopo aveva già un permesso nuovo, Trovò subito un posto in una fabbrica dove lavoravano la lana.
Passò il 1957 molto in fretta tutto incomincio ha sembrare meno difficile la Danila si trovò molto bene del suo lavoro, io al sabato per guadagnare qualche cosa in più lavoravo dal giardiniere che era rimasto molto contento di me l’anno precedente, non abbiamo fatto le ferie siamo rimasti sempre in Svizzera, anche quello per poter mettere da parte qualche franco in più.
All’inizio del 1958 acquistai una vespa 125 per poter meglio spostarmi quando andavo a lavorare, fu il primo passo che ci diede delle piccole soddisfazioni, alla fine settimana si andava a trovare conoscenti di Sernaglia specialmente il marito di mia sorella, lui era stagionale lavorava in un altro cantone ha circa 80 Km. Per poter guidare la vespa che faceva parte della categoria motociclette dovetti fare un esame di pratica e di teoria per ottenere la patente, la mia patente italiana della macchina non era riconosciuta in Svizzera, tutto andò per il meglio.
Il mese di luglio 1958 andammo in ferie in Italia
“ in vespa, 16 ore di viaggio, eravamo proprio matti cioè ben forgiati”
A Sernaglia capi che tutto il laboratorio che usavo prima non era più utile, così spedii tutto per la Svizzera,  per poter sviluppare le negative e per stampare foto con l’ingranditore che usavo in camera oscura, fu come una grande avventura se anche non avevo il permesso di esercitare come fotografo, ebbi un’idea che come dilettante avrei potuto fare qualche cosa, c’è un detto,  “sei italiano! Arrangiati” cosi iniziò anche questo lavoro, al sabato e domenica facevo fotografie per degli italiani, per esempio, battesimi prime comunioni e pure qualche matrimonio, per poter stampare le foto alla sera trasformavo la piccola cucina in camera oscura la Danila mi aiutava quando sviluppavo le foto ce sempre molto da fare la cosa più difficile era asciugarle avevamo risolto il problema mettendo le foto bagnate stese su dei grandi asciugamani poi coperte con altri asciugamani, al mattino erano bene asciugate, solo non le potevo farle lucide, questo lavoro era molto redditizio, dovevo stare molto attento di non lasciare ricevute di denaro ricevuto per non rischiare delle salatissime multe.
Alla fine di dicembre la Danila mi informo con questo sorriso!
che aspettava un banbino, subito rimasi un po’  stordito, passato il primo istante mi sono sentito l'uomo più felice del mondo, di sapere che sarei diventato papà.
Continua

Cari amici e amiche incominciavo a capire che qui era forse il mio avvenire.
Tomaso

domenica 6 febbraio 2011

LA MIA VITA CAPITOLO 9 L'EMIGRAZIONE

CAPITOLO 9 L’EMIGRAZIONE

Nel maggio 1955 partii per la Svizzera, fui anche felice perché li avrei trovato la mia cara fidanzata furono giorni difficili specialmente per me, il lavoro nei cantieri edili non era ciò che avrei voluto fare, ma con la forza della grande volontà andai avanti, la mia fidanzata lavorava in un grande ristorante come aiutante cuoca il suo lavoro iniziava alle 9 al mattino e terminava verso 21,00 io andavo sempre a prenderla per accompagnare dove aveva una camera da una famiglia privata, parlavamo sempre di come si avrebbe potuto programmare la nostra vita, erano momenti molto difficili da una parte sognavo di tornare in Italia ma per ragioni finanziarie dovevo stare in Svizzera dove si guadagnava molto di più, cosi potei finire di pagare le tratte del mio impianto di laboratorio fotografico.
Alla fine di ottobre io rimpatriai il mio permesso di lavoro era scaduto, mentre la mia fidanzata aveva il permesso annuo cioè rinnovabile ogni anno, per i stagionali era un’altra cosa bisognava avere un contratto nuovo ogni stagione, in Italia ripresi a fare ciò che facevo prima, ma la mia volontà era cambiata, pensavo alla mia fidanzata,  era doloroso pensare  di dover ripartire da zero, avevo visto che forse per un po’ di anni avrei potuto cercare di avere un lavoro fisso a Zurigo ma non era facile, l’inverno passò con il solito lavoro foto ai emigranti che tornavano alle loro manifestazioni , matrimoni battesimi prime comunione ecc. passato l’inverno ricominciano le partenze, io non ricevette nessun contratto per ritornare a Zurigo, in marzo parti ugualmente, arrivai a Zurigo cera  la mia fidanzata che mi aspettava, solo quello mi dava una certa gioia, mi misi a cercare un lavoro trovai molta difficoltà, non mi arresi facilmente dopo vari tentativi trovai un lavoro da giardiniere, un lavoro per me tutto nuovo, cera solo la grande volontà di riuscire il mio datore di lavoro mi diede una bicicletta con la quale andavo nei diversi giardini privati delle ville dove si doveva preparare il giardino, alla sera mi dava l’indirizzo dove lui al mattino iniziava il suo lavoro era in giardiniere artigiano ero solo io l’operaio,  imparai molte cose il datore di lavoro mi disse che ero bravo e che mi avrebbe fatto il contratto anche per l’hanno prossimo, non era questo quello che io desideravo, io volevo un lavoro con un permesso annuo dove sarei potuto restare sempre in Svizzera, non chiedevo dei miracoli ma solo fare una famiglia.
Con la quale rimanesse sempre unita. 
Tutte le sere mi trovavo con la mia fidanzata, già si programmava il nostro matrimonio.
Arrivato l’autunno la mia fidanzata chiese il permesso di avere tre mesi di libero per l’inverno,
Lo ottenne, era il 1956 avevamo già deciso il giorno del nostro matrimonio, il 24 gennaio 1957,
Lo stesso giorno del suo compleanno, io ero un po’ preoccupato io volevo a tutti i costi un permesso annuo, cercai in un grande laboratorio fotografico ebbi un colloquio con il direttore,
Mi fece vedere il laboratorio rimasi a bocca aperta vedere quella grande attrezzatura erano in due tecnici che lavoravano mi fecero delle domande il direttore capi subito che ne capivo molto di camera oscura, mi fece un appuntamento fra due giorni forse mi disse che poteva procurarmi il permesso di lavoro, io ero con il mio cuore alle stelle quando raccontai questo alla mia fidanzata, due giorni dopo mi recai per sapere come sarebbe andato per questo favoloso permesso, rimasi di ghiaccio quando mi disse che la polizia degli stranieri gli avevano negato il permesso, perché questo era un lavoro tecnico, per questo non lo ottenni, la mia preoccupazione era che non avrei mai fatto l’emigrante lasciando la mia sposa in Italia e io emigrare come stagionale, ricordavo un mio cognato che andava tutti gli anni all’estero e vedevo mia sorella sempre triste. 
Arrivò dicembre assieme ritornammo in Italia, tutto andò come organizzato, il 24 gennaio 1957,
Fu celebrato il nostro matrimonio nella chiesa di Falzè di Piave fu una festa indimenticabile.





 Ecco qualche foto di quel giorno
Come viaggio di  nozze andammo ha far visita alle amiche della mia sposa.

Capriana in paese nel trentino nella val di Fiemme. Abbiamo trovato circa 50 centimetri di neve faceva molto  freddo quasi 20 gradi sotto zero ma eravamo felici.
Dopo circa un mese già ci preparavamo per ritornare in Svizzera,
La mia sposa, cioè Danila aveva il suo lavoro sicuro, io invece avevo solo la grande e buona volontà di trovarmi un lavoro stabile, se anche sapevo che non era facile.
Continua
Buona serata carri amici e amiche.
Tomaso

venerdì 4 febbraio 2011

LA MIA VITA, CAPITOLO 7 E 8

Carissimi amici e amiche dato che questi due capitoli erano brevi li ho pubblicati assieme
CAPITOLO 7
Appena rientrato a casa mi interessai per avere la licenza di commercio per poter esercitare
La professione di fotografo ambulante, era l’inizio di fare tanti documenti,
Incominciai intanto facendo un po’ di propaganda mettendo dei appositi avvisi nei luoghi, 
in modo che nel paese lo sapessero,
Andai in una caserma di militari vicino precisa-mente a Feltre Belluno,
Trovai subito le prime difficoltà ci voleva un permesso speciale per fare questo,
La cosa che feci subito, andai a Udine  dove avevo fatto il militare, li ero molto conosciuto, mi presentai al comando dove avevo dei buoni rapporti, e gli spiegai di cosa si trattava, il comandante mi accompagno, subito al comando generale della  Brigata Julia, lui ottenne subito un colloquio con un tenente colonnello, la cosa e andata molto bene mi fecero una lettera che avrei dovuto portare a Padova al comando d’armata, lo feci, in non più di 15 giorni ottenni il permesso,  che veniva dal ministero della difesa, il quale mi autorizzava ad entrare in tutte le caserme della provincia di Treviso, e nelle province limitrofe.
Incominciarono i problemi, ho dovuto acquistare una motocicletta leggera per i miei spostamenti,  attrezzai il laboratorio cioè  la camera oscura di un grande ingranditore per poter stampare foto di formati fino 24x 30 centimetri, dato che anche mio fratello maggiore si sposò nel 1952 io potei avere una stanza solo per i lavori necessari per le fotografie,
Partivo tutte le domeniche con la moto per recarmi delle vicine caserme dei militari in una giornata potevo frequentare dalle due a tre caserme, lunedì e martedì preparavo le foto, il giorno dopo ritornavo nelle caserme per portare le foto, e farne delle altre.
I mesi passarono il lavoro non mancava, solo che era molto dura, e molto rischiosa, 2 ore di motocicletta al mattino e 2 ore alla sera con strade con poca sicurezza, cioè non
era l’avvenire che io speravo. Presi una decisione, acquistai una macchina fotografica da studio, con quella fare foto e ritratti, misi nei bar, nei caffè delle informazioni di questo lavoro, tramite conoscenti, sono stato presentato ad un vecchio fotografo di una cittadina a 25 Km.
Così andai due volte alla settimana per imparare la tecnica del ritocco nelle pellicole piane,
E  per studiare le luci, in seguito acquistai attrezzature per affetti luce riflettori e giraffa,
Feci delle tratte per il pagamento rateale, il lavoro non era tanto, 80% degli uomini emigravano tutte le primavere, chi in Francia chi in Italia nel cosiddetto triangolo industriale,
Cioè nelle città del centro nord, pensate che all’estate le foto che facevo erano nella maggioranza di giovani spose che le dovevo fotografare di profilo per vedere bene il loro pancione che poi spedivano le foto al proprio marito emigrante, l’inverno invece cera tanto lavoro, matrimoni, battesimi, prima, comunione, e foto per passaporti di giovani, che poi
Avrebbero preso il via dell’emigrazione.
CAPITOLO 8


questa famiglia numerosa è quella che fui chiamato per fare delle foto

Nel maggio 1953, un giorno venni chiamato da una giovane sposa in un paese vicino che voleva delle foto del suo bambino di 2 anni mi presentai da lei, era una numerosissima famiglia aveva 8 fra cognati e cognate,  tutto andò per il meglio, fra quelle cognate c’era una ragazza di 18 anni, fu un colpo di fulmine.
 
La ragazza era quella dalla parte sinistra
una ragazza con capelli cortissimi che mi affascinò come un fulmine, chiesi alla sposa se sapeva se era fidanzata, mi rispose questa non ha tempo di pensare ai fidanzati qui c è tanto lavoro.
Fu  così che inizio la mia vita sentimentale, quella grande famiglia si trovava in lutto, era mancato da poco il capo famiglia, cioè il papà di quella ragazza, mi presentai giorni dopo per portare le foto del bambino, trovai la famiglia che mi aspettava perché dovevano fare altre foto fra le quale anche quella ragazza, inizio così,che poi potei parlare privatamente,con quella ragazza.
Eccomi in una passeggiata sopra un monte delle  nostre parti.
fu quella che anni dopo divenne la mia sposa.
Mancando il capo famiglia, non andò tanto bene perché la campagna era grande e i fratelli stanchi di quel lavoro incominciarono a emigrare chi a Milano, uno specialmente emigro in Canada, la campagna era grande da lavorare, e incominciarono i primi problemi.
Il mio lavoro andava avanti con parecchie difficoltà.
Mi accorsi che la zona dove esercitavo non era ancora cosi preparata per dare lavoro a un fotografo,  per causa che rimanevano solo le donne in paese gli uomini continuavano ad emigrare, io con l’aiuto di un amico mi interessai di provare per emigrare nei mesi estivi quando c’era molto poco da fare.
Intanto la famiglia della mia ragazza essendo coloni a mezzadria la cosa si fece complicata cosi dovettero lasciare la grande campagna, la ragazza con la quale avevo un rapporto sentimentale, se ne andò pure lei a Milano da un zio era ottobre del 1954, non era troppo soddisfatta del lavoro che doveva fare a servizio di una zia capricciosa cosi con l’aiuto di una conoscente  in  aprile 1955 emigro in Svizzera, ha Zurigo, nel frattempo mi arrivò anche a me il contratto di lavoro stagionale per i mesi estivi, il destino ha voluto che fosse proprio Zurigo.
Continua
Buona serata cari amici e amiche.
Tomaso

mercoledì 2 febbraio 2011

LA MIA VITA, CAPITOLO NUMERO 6

ECCO IL CAPITOLO 6
Nel 1949 seppi che c’èra una scuola serale, io che non avevo potuto completare le scuole dell’obbligo, mi iscrissi subito, tutti dicevano che per avere un libretto di lavoro professionale era necessario il diploma della quinta elementare, la scuola iniziò a settembre, il programma era di 6 mesi, mi impegnai subito, anche perché sapevo che, l’anno dopo avrei dovuto fare il servizio militare.
Alla fine di aprile, 1950, ci furono gli esami, rimasi soddisfatto dei buoni voti ricevuti.
IL CERTIFICATO DI QUELL'EPOCA

I mesi che seguirono fui chiamato al distretto militare di Treviso, che fecero una breve selezione ci fecero dei test di capacità, di concentrazione, durarono un paio di giorni, in settembre mi arrivò la cartolina di precetto per il servizio militare, fui assegnato al terzo reggimento, di artiglieria da montagna,
mi dovetti presentare ha Belluno dove cerano le grandi caserme per il CAR,
Centro, Addestramento, Reclute.



I primi 45 giorni di preparazione, per poi dovevano assegnarci, il posto per il resto della ferma.
Che in quel periodo era di 15 mesi.
Finito il CAR fui prescelto, assieme a altri per fare uno speciale corso, si trattava per i collegamenti radio e telegrafo, siamo partiti da Belluno accompagnati da un ufficiale,
Siamo arrivati 12 ore dopo a San Giorgio di Cremano, in provincia di Napoli,
Li era il posto dove preparavano i diversi corsi di varie specialità incominciai il corso, collegamenti

radio, io pensavo che, non sarei mia arrivato, fino al termine,
invece mi è subito piaciuto, era una cosa molto, interessante.
Dopo le prime raccomandazioni dai istruttori, incominciò, l’alfabeto morse, che per me non immaginavo, nemmeno come funzionava, in una decina di giorni tutti, io e miei commilitoni eravamo entusiasti, le prove di trasmissioni nelle apposite maglie per dare dei dati ai comandanti di varie batterie, le notizie, ecc. formare delle frasi con . -. e -.- fu una vera esperienza, il corso durò 45
giorni, poi venni assegnato, al gruppo di artiglieria da montagna terzo reggimento della brigata Julia, del gruppo Conegliano,nella caserma, San Rocco a Udine, ci furono assegnati al reparto comando dove si continuava a studiare, la cosa che mi sorprese che tutto quello che avevamo studiato, sull’alfabeto morse, non lo abbiamo usato per niente, ci dettero in dotazioni delle radio, riceventi,e trasmittenti, tutto veniva fatto in fonia.
Un giorno di servizio alla porta carraia per fare uscire o entrare gli automezzi

Una sera, in libera uscita, in città notai un, manifesto, il quale diceva se avete buona volontà, questo corso questa scuola fa per voi, si trattava di imparare e studiare fotografia, non lo so il perché a me mi venne l’idea di iscrivermi, quei poche soldi che la deca cioè la paga dei militari la usai per l’iscrizione, comperai subito dei libri, manuali, e mi buttai a capo fitto,era forse arrivato il momento, per trovare un nuovo mestiere.
Tutti i permessi che potevo avere dal comando li usavo ad andare nel laboratorio fotografico.
Mi esercitavo con molto interesse nella camera oscura per imparare le tecniche dello sviluppo
Delle negative sia della carta, imparai a usare gli ingranditori, cominciai a conoscere le funzioni della carte e le sue specifiche funzioni secondo il negativo se era sovra esposto o sotto esposto, tutto si poteva correggere tramite il tipo di strato gelatinoso della carta da fotografia, un giorno uscendo dal laboratorio mi incontrai con un tenente comandante del reparto comando, lo salutai di scatto come l’etichetta doveva, mi domandò cosa facevo io li.
Sapevo che era vietato fare quello che facevo, al ritorno in caserma mi avrebbe di sicuro chiamato a rapporto in ufficio.
Non avrei mai immaginato quanto bene mi sarei  trovato dopo in caserma. 
Lui un amatore di fotografia, andava li per far sviluppare le sue foto, quando capi che io lavoravo li in camera oscura, mi disse serio, lo sai che è vietato per un soldato, io impallidii,
Poi sorridendo mi disse, io vorrei darti una sanse, tu mi sviluppi delle foto che nessuno deve vedere, capii subito che lui era un vero donnaiolo, e cercava in me un complice, gli dissi subito, che su quel laboratorio io ero controllato,e non sarei stato libero di fare questo,
Mi disse che ne avremo parlato in caserma.
Aspettavo con ansia, cosa mi avrebbe detto il Tenente?
Più tardi venni chiamato in ufficio del Tenente, gentilmente mi fece accomodare, mi disse chiaramente che dovevo fare in modo di svilupparle le sue foto, perché erano cose personali,
Io le disse subito che per fare questo ci vorrebbe una camera oscura dove si possa lavorare.
Con chiarezza mi disse di chiedere che la stanza si poteva trovare, io quadrai in giro e gli disse,  questa stanza sarebbe l’ideale, ce il tavolo grande ci sono le luci bastava cambiare le lampade speciali oscure il resto io potevo procurarlo cioè comperare un piccolo ingranditore e le diverse bacinelle per mette a bagno le foto per lo sviluppo il fissaggio, il problema dove io passo mettere questa attrezzatura, mi guardò sorridendo mi fece vedere un grande armadio,
E disse questo è il posto che ti occorre io mi interesso che da domani sia a tua disposizione.
Poi mi porto nella sala dove gli specialisti di tiro al giorno facevano scuola delle coordinate di tiro, e disse se tu pensi che qui puoi utilizzare questa stanza, gli dissi subito di si il tavolo geometrico dove facevano il disegni bastava inclinarlo orizzontale,
mettere la lampada speciale sul posto dove loro usavano per illuminare i disegni,
tutto mi sembrò realizzabile,
dalle ore 20.00 io avrei potuto usare quella stanza per fare quello che volevo.
Ottenni subito i permessi che potevo uscire dalla caserma quando volevo,
Ne approfittai subito, il giorno dopo procurai tutto quello che mi occorreva, avevo un permesso speciale, T.S.T.  termine , spettacolo, teatrale, cioè potevo rientrare anche dopo le ore 24.00.
Tutto prosegui molto bene in caserma tutti mi consideravano il fotografo della caserma, negli addestramenti esterni in montagna il mio lavoro dovevo solo seguire la colonna che trainava i pizzi cioè i cannoni e fare delle foto che poi le avrei sviluppate io in fretta perché il comando le voleva per pubblicarle sul giornale degli artiglieri di montagna.
Passarono i mesi si avvicinava il tempo per la fine del servizio militare, fui chiamato dal comandante della caserma mi disse che ne pensavo , se facevo una firmetta lui avrebbe fatto il resto mi garantiva che in tre mesi sarei stato caporale maggiore e dopo sei mesi avrei potuto iniziare i corsi di sergente, furono giorni difficili, prendere una cosi difficile decisione,
Alla fine rinunciai, potevano capitare altri comandanti che sostituivano quelli attuali questo succedeva spesso, non ero sicuro che fosse cosi facile. Nel frattempo continuai ha studiare,
Volevo imparare certi sistemi di sviluppo e stampe di fotografie, i tempi di esposizione, e i getti di raggi di luci tramite obbiettivi simmetrici, c’èra tanto da studiare su questo ramo,
La teoria era necessaria per poi passare alla pratica facendo delle prove per poi poter costatare la riuscita delle prove.
Finalmente arrivò il congedo, io subito mi preparai stava iniziando una nuova vita, mi sentivo
Pieno di dubbi, come sarebbe andata? Ora non avevo più il laboratorio dove avrei potuto sempre chiedere spiegazioni, ero solo ma ci credevo, dovevo farcela.
CONTINUA
Buona serata a tutti/e.
Tomaso

lunedì 31 gennaio 2011

DOPO LA PARENTESI DEL MICIO ARRIVA IL CAPILO 5

 ECCO CARISSIMI AMICI E AMICHE IL RACCONTO CONTINUA

  i miei 16 anni.

La vita riprese con tanta speranza, io lasciai il lavoro del panificio, trovai nel mio paese stesso, un buon posto di garzone la mia esperienza era stata valutata, anche se ero ancora molto giovane, questo era un grande panificio con un forno moderno a vapore, veniva scaldato da un’altra parte con del carbone a sua volta scaldava delle valvole speciali che comprimeva il vapore e si iniettava il vapore dentro il forno, subito dopo con aria calda veniva assorbite le umidità, così potevamo cuocere una sfornata dietro l’altra, purtroppo anche qui dovevo lavorare alla notte, iniziavo alle ore 2,00 del mattino e terminavo verso le 13,00,
Alla sera dovevo preparare l’impasto principale per far lievitare poi il pane, il quale doveva riposare fino al mattino dove circa il 20 % veniva usato ogni impasto per il pane, ormai ero abbastanza esperto per questo lavoro la retribuzione non era tanto male nonostante la mia giovane età, la cosa più brutta era che il panificio non conosceva chiusure, cioè lavorava sempre, l’uniche feste che rimaneva chiuse erano 3 giorni in tutto l’anno, Natale, Capodanno, e Pasqua, le ferie non le potevo fare perché non c'erano sostituti, mi venivano pagate extra
Alla fine anno, ero contento lo stesso perché avevo un lavoro.

Nel 1947 si sposo la mia sorella maggiore, in fretta le cose si dimenticarono non c’era più la paura della sopravvivenza,
io sono quello nelle prima fila al centro

ricordo che desideravo tanto avere un orologio da polso,
Io come prendevo la mia paga la consegnavo tutta a mia madre, mio padre non terminava mai la stagione completa dato la sua già avanzata età non trovava sempre lavoro,
Per questo la mia paga era necessaria in casa, un giorni dissi a mia madre quando mi pagheranno le ferie, con quei soldi mi voglio prendere un orologio, la mamma risposi, vedremo, forse sarà possibile, però mi disse, prima portali a casa i soldi poi vedremo, arrivarono i soldi delle ferie, feci come mia madre mi avevo detto, tutto sembrava come aveva detto, cioè un giorno, si sarebbe andati dall’orefice, per comperare quel tanto desiderato orologio.
Qualche giorno dopo, ritornai a casa dopo il lavoro, mia madre mi chiamò, vieni che ti devo
Far vedere una cosa, io la seguii fino in camera, e mi disse ecco il tuo orologio, vidi un grande armadio, poi lei mi disse mi dispiace caro figlio, quel armadio era molto necessario,
I vestiti si rovinavano stando ammucchiati sulla sedia, così svanì questo mio desiderio,
io capii mia madre, lei era responsabile di fare in modo che i soldi bastassero.
Settembre 1948 gli dissi a mia madre, questa volta i soldi delle ferie non te li darò,
Mi guardò, con una sguardo severo, e mi disse, che cosa vuoi fare, questa volta?
Serio gli disse, ora che ho 18 anni voglio farmi la patente di guida, già dentro di me,
Pensavo al mio avvenire, non avrei fatto mai più un lavoro di dover lavorare di notte,
Andò molto bene in pochi mesi diedi l’esame di guida e anche teorico, fui promosso.
Sapevo che mi aspettava, il sevizio militare, giurai a me stesso che dopo il servizio, avrei cambiato, mestiere.

Alla fine del 1948, l’altra mia sorella di 24 anni scelse la via delle missioni, entrò in un convento per farsi suora, così la famiglia venne mancare anche quel piccolo contributo del suo lavoro in filanda, mia madre la prese un po’ male, ma lo dovette accettare.


Nel settembre 1948, dissi a mia madre: -Questa volta i soldi delle ferie non te li darò.
Mi guardò con uno sguardo severo e mi disse: - Che cosa vuoi fare, questa volta?
Serio le risposi: -Ora che ho 18 anni voglio farmi la patente di guida.
Già dentro di me pensavo al mio avvenire, non avrei fatto mai più un lavoro in cui si dovesse lavorare di notte.
Andò molto bene, in pochi mesi diedi l’esame di guida, anche quello teorico e fui promosso. Sapevo che mi aspettava il sevizio militare, giurai a me stesso che, una volta congedato, avrei cambiato mestiere.
CONTINUA

venerdì 28 gennaio 2011

LA MIA VITA, CAPITOLO NUMERO 4

 IL CAPITOLO 4 L'ULTIMO DEL PERIODO DELLA SECONDA QUERRA MONDIALE
A dire il vero intanto quei piccoli guadagni arrivati da quei lavori aveva un po’ aiutato il paese, io continuavo a fare il garzone nel panificio, finito il lavoro al mattino verso le 11.00 tante volte al pomeriggio andavo a guadagnare qualche 10 lire portando da bere agli operai,
I mesi passarono sempre con la tensione e la speranza che gli alleati un giorno arrivassero.
Ahimè erano molto l’ontani ancora, i partigiani che di giorno erano nascosti in montagna, alla notte facevano delle ricognizioni per procurarsi i viveri, purtroppo succedeva spesso, dei scontri fra tedeschi e partigiani, se prendevano qualche partigiano, noi eravamo costretti a vedere certe scene disumane che quei carnefici facevano, se invece era qualche tedesco, che veniva ucciso allora la casa da dove i partigiani si erano fermati per difendersi, veniva incendiata dai tedeschi, chi provava ha spegnere il fuoco, veniva  ad allontanarsi.
Settembre 1944 un episodio mi coinvolse, io con la mia bicicletta andavo a lavorare,
era una notte illuminata da una luna piena, stavo percorrendo una strada affiancata da alberi l’ombra della luna faceva strane ombre sulla strada, improvvisa-mente mi accorsi che si muovevano.
Erano dei partigiani che camminavano in fila indiana, uno di questi si mise in mezzo alla strada e mi feci il segno di fermarmi, mi disse con un accento non locale capii subito che si trattava di uno dei soldati che non avevano potuto raggiungere la famiglia perché era al sud.
Mi chiese subito dove andavo a quell’ora, lui sembrava molto informato
Di quello che io facevo, educata-mente mi disse, lui sapeva che su questa strada c’era al giorno dei passaggi di tedeschi, io provai a dire che non sapevo, non mi credettero, con tono severo mi disse che se non parlavo mi avrebbero portato con loro in montagna.
Io mi spaventai, e dissi tutto quello che sapevo, difatti tutti i giorni immancabilmente passava una grande vettura con dei alti ufficiali che da un comando del Friuli veniva a controllare i lavori di fortificazioni sul Piave, tutti i giorni la vedevo sempre alla stessa ora che mi sorpassava facendo un polverone date che la strada non era di asfalto.
I partigiani dopo di avermi ascoltato si sono dileguati in fretta, io raccontai tutto quanto al mio padrone dove lavoravo, abbiamo sotto-valutato quanto stava per succedere.
Terminato il mio lavoro come ogni giorno con la mia bicicletta stavo ritornando a casa, quasi dimenticato di quella notte, l’auto solita mi sorpassò, quando l’auto era circa 100 metri da me sentii un fragore di spari raffiche e scoppi di bombe a mano, lo stesso posto dove avevano parlato con me i partigiani si sono nascosti nel campo di grano che a quella stagione era molto alto, ed hanno aspettato il passaggio dell’auto, fu una grande confusione, l’auto accelerò fortemente scomparve, io con il cuore in gola arrivai a casa, Raccontai tutto a mia madre, mi sollecitò di ritornare dal mio padrone dicendo di non dire a nessuno quello che io gli avevo detto, ritornando verso casa già parecchi camion pieni di soldati tedeschi stavano nel luogo dell’attentato passai con la bicicletta con il cuore che mi scoppiava dalla paura,
Arrivai a casa e seppi che un alto ufficiale era gravemente ferito, quel giorno stesso, i tedesche presero 20 ostaggi dal mio paese e altri dai paesi circostanti, incominciò per me e famiglia un incubo di terrore se i tedeschi avrebbero saputo che io avevo avuto quel contatto con quelli dell’attentato, nessuno poteva immaginare cosa sarebbe successo a tutti noi.
Io per parecchie notti non riuscivo a dormire, per qualche ora riuscivo prendere sonno.
Era sempre pieno di incubi, vedevo la mia casa che bruciava mio padre mia madre portati via mie sorelle che piangevano disperate, furono i giorni più lunghi della mia vita.
 
Le mie sorelle

Finalmente si seppe, l’ufficiale ferito stava riprendendosi e non mori, nessuno seppi mai di quel mio incontro con i partigiani, solo a  guerra finita, dissi a qualcuno del paese ciò che era successo.
Ricordo che si sentiva alla radio che gli alleati trovavano delle forti resistenze, le grandi battaglie del monastero di Monte Cassino, e tante altre località del centro Italia, le grandi fortezze volanti americane passavano sopra la nostra testa, andavano a bombardare le grandi città della Germania, era tutto un susseguirsi di notizie, ma nessuno era certo se fossero vere.
Passò anche il 1944. L’inizio 1945 tutti eravamo in ansia, la speranza era solo una, che arrivassero al più presto possibile gli alleati.
Molte volte capitava di vedere nel cielo dei duelli aerei, sempre uno americano e un tedesco, le acrobazie erano spettacolari, le raffiche che si udiva erano molto chiare,
però alla fine se ne andavano uno da una parte e una dall’altra, non saprei dire la causa, forse finito le munizioni.
Il tempo passò sempre aspettando, io continuavo il mio lavoro, nel panificio, nonostante quanto era successo, tutte le notti con la mia bicicletta mi recavo al lavoro, si vedeva sempre più aerei da caccia americani che sorvolavano a bassa quota
tenevano sotto controllo ogni piccolo movimento, perfino i carri agricoli trainati dai buoi venivano presi di mira e mitragliati, pensavano forse che fosse qualche trasporto di tedeschi, perché camuffavano tutto per passare inosservati, si sentiva nell’aria che qualcosa stava cambiando, tutte le notti i partigiani scendevano e attaccavano nei paesi dove erano, sistemati i soldati, si capiva che loro non si sentivano più sicuri, anche noi non eravamo più con quella paura, venne quel giorno che arrivarono finalmente gli americani, ricordo di aver visto dei carri armati che nelle strane non asfaltate facevano un fragrante rumore, si piazzarono di fronte ai fabbricati, scuole e palazzi comunali dove erano asserragliati i tedeschi, che hanno sempre resistito agli attacchi dei partigiani durante la notte, ricordo con chiarezza che dopo qualche minuto che i carri armati si erano fermati, dalle finestre che si incominciavano ad aprirsi,
Si notavano delle bandiere bianche, se prima erano molto pochi i civili che spiavano per vedere
quello che succedeva, da quel momento le strade le piazze si riempirono le campane a suonare, è stato qualche cosa indescrivibile, in un baleno non si pensava più ha quel terrore passato,
tutto era una festa, mi ricordo di nuovo le parole di mio padre,
Ora ci credo il fronte che avevano preparato non era necessario, la guerra è veramente finita.
Buon fine settimana carissimi amici e amiche.
Un abbraccio forte tomaso
 Continua

mercoledì 26 gennaio 2011

LA MIA VITA, CAPITOLO NUMERO 3

 CONTINUA LA MIA VITA
Passarono pochi giorni, la Germania reagì con fermezza verso l’Italia considerando un tradimento, incominciarono la persecuzione giovani arrestati e internati in Germania nei campi di concentramento, tanti si sono rifugiati nelle montagne.
Mia sorella maggiore aveva il fidanzato militare in Albania, si pensava che forse non sarebbe mai più ritornato,  ma si spera sempre.  
I partigiani incominciavano ad organizzarsi,  ci fu una grande confusione,
Quelli che pensavano che i fascisti avessero ragione altri del parere diverso, la paura regnava In ognuno di noi, io ancora ragazzo mi chiedevo quando finirà questa tragedia.
Passarono circa tre mesi, un giorno venne una sorella del fidanzato di mia sorella, ci portò, una bella notizia, il fidanzato riuscii a piedi dall’Albania camminando sempre di notte, attraversando Iugoslava era arrivato, però ci avvisò che doveva rimanere segreto perché era molto pericoloso i tedeschi, l’avrebbero subito arrestato come disertore.
Vicino alla nostra casa abitava una famiglia , era rimpatriata dalla Francia, loro possedevano un radio con la quale ascoltavano radio Londra, una sera mentre questa famiglia ascoltava la radio in compagnia di parecchi giovani, arrivarono 2 camion pieni di soldati tedeschi,
Di sicuro qualcuno li aveva avvisati, il seguito e stato mostruoso furono tutti portati via.
Per qualche  giorno non abbiamo sentito niente, poi arrivò la tragedia, il padrone di quella casa fu portato davanti alla porta e fucilato sul posto, il suo corpo rimase li per due giorni,
Sopra di lui un cartello che diceva “tutti i traditori finiranno cosi“.
La domenica dopo quando la gente usciva dalla chiesa un drappello di soldati fermò

Tutti nella piazza, tutti dovettero assistere a tre condanne di tre di quelli presi che ascoltavano
Radio Londra, mi ricordo che quei tre sono rimasti dopo essere fucilati legati a tre  alberi, in piazza per altri due giorni, tutto questo era l’inizio del nostro terrore.
Una settima dopo la famiglia vicino noi fu lasciata libera, la moglie e due ragazzi della mia età, non passò che un paio di settimane che i simpatizzanti di Mussolini sostenuti dalla Germania  formarono un nuovo governo con lo stato Italiano, una Repubblica, così detta ( Repubblica di Salò ) una circolare specificava che tutti i giovani erano invitati a presentarsi subito per formare un nuovo esercito, la cosa divenne molto complicata pochi giovani hanno
Scelto di arruolarsi, la maggior parte scelse di darsi alla macchia nascondendosi nelle montagne vicine, altri fondarono le prime compagnie dei partigiani, tutti coloro che non erano riusciti a raggiungere le loro famiglie perché erano del sud si sono fermati da noi organizzando
Le prime resistenze, male armati ma sempre pronti al sacrificio, nei giorni che seguirono molti furono presi e internati in Germania nei campi di concentramento.
Passarono dei mesi molto difficili i rastrellamenti fatti dai tedeschi assieme ai nuovi soldati della Repubblica di Salò prendevano dei giovani i quali non avevano fatto ha tempo di nascondersi, coloro che cercavano di scappare non avevano scampo, parecchi vennero uccisi.
All’inizio del 1944 arrivò in paese una compagnia di saldati del nuovo esercito Italiano,
Vennero sistemati in un grande palazzo sequestrato dai tedeschi,
questi militari facevano parte di  un reggimento chiamato la ( Decima Mas ) al primo momento questi giovani sembravano che non fossero diciamo cattivi ma ben presto il paesi si accorse che non era cosi, erano tutti ambiziosi con molto odio verso il popolo, gli abitanti odiava i tedeschi e a loro non gli andava bene, iniziò così una difficile convivenza.
Febbraio 1944, arrivò una compagnia di militari tedeschi, quasi tutti abbastanza
Anziani, erano venuti per organizzare dei lavori di fortificazioni lungo il fiume Piave. Mio padre  mi guardò! e disse! la cosa si ripete qui ho combattuto nella prima guerra mondiale, ora si preparano perla seconda, il suo sguardo era molto preoccupato, dal comune ci venne comunicato che tutti coloro che erano capaci di lavorare alle dipendenze dei tedeschi  avrebbero guadagnato, per gli uomini 50 lire al giorno e per le donne 30 lire al giorno.
Molti hanno approfittato molti anche giovani ragazzi erano pagati come le donne, il suo compito era portare acqua per dare da bere ai lavoratori.
2 mesi dopo iniziarono i lavori lungo la sponda del Piave scavarono dei fossati come camminamenti con dei punti molto più larghi, credo fossero dove avrebbero piazzato armi più pesanti, il lavoro delle donne consisteva con delle rami di alberi sottili rivestivano le pareti per evitare che franassero, gli uomini poi scavarono dei grandi buchi  penso servissero per bloccare eventuali attacchi di carri armati, i lunghi camminamenti portavano anche nei grandi buncher molto profondi e ai fianchi
mettevano dei grossi tronchi di alberi tutti i boschi circostanti erano stati tagliati , in buncher sopra venivano diversi strati di tronchi di alberi,
Tutto faceva prevenire che li avrebbero cercato di fermare gli alleati che piano piano
Avanzavano da sud verso il nord.

Tomaso

domenica 16 gennaio 2011

CREDO CHE POSSO PASSARE AL CAPITOLO 2 DELLA MIA VITA


CAPITOLO 2

L’inizio della guerra sconvolse tutta la nostra già precaria esistenza sopravvivere per noi poveri era una battaglia quotidiana, vedevo mio padre due mesi all’anno soffrivo sentendo mia madre piangere ogni volta che era giunto il giorno della partenza, per la nuova stagione di lavoro, lo stato aveva programmato il razionamento dei generi alimentari non si poteva avere neanche un pezzo di pane senza il bollino 100 grammi al giorno, i soldi erano sempre pochi,
Per questo in casa e stato deciso che io terminato la quarta elementare di non continuare, il mio contributo alla famiglia era necessario, al giorno andavo nei boschi per cercare legna da far fuoco per il camino dove la mamma cucinava, altra legna occorreva per l’inverno, quei periodi gli inverni erano molto rigidi la neve veniva sempre abbondante già in novembre, sopravvivere era molto difficile ogni giorno c’è sempre qualcosa di nuovo.

Nel 1941 ci comunicarono che il comune ci aveva assegnato una casa, casette B famigliare fatta costruire dal governo per dare alloggi ai molti emigranti che erano ritornati in patria dall’estero, causa la guerra, noi siamo stati fortunati, nonostante che la nostra famiglia non fosse prima stabilita all’estero. Erano ben fatte con l’acqua corrente e gabinetto in casa, credo che questa sia stata una cosa bella fatta dal regime fascista, un affitto molto ridotto, prendemmo possesso della casa in maggio, mia madre aspettava il quinto figlio che nacque in ottobre, una bocca di più da sfamare.

Sembrava che la nostra esistenza andasse un po’ meglio, ma era pura illusione,mio padre ritornò prima del previsto.

Quando nel 1942 mia madre con delle conoscenze trovo un posto di lavoro per me in un panificio in un paese a circa 5 Km. di distanza, la distanza non era tanto il problema, era che tutte le mattine molto presto dovevo recarmi al lavoro come garzone, l’ora che il panificio iniziava era alle 0,2 di notte io con una bicicletta mi recavo tutti giorni in estate e anche d’inverno all’inizio avevo un po’ di paura ma poi feci l’abitudine, intanto la guerra continuava,
le mie sorelle maggiori lavoravano nella filanda del paese dove lavoravano la seta,
Ogni primavera i contadini prendevano i piccolissimi bachi , mi ricordo che erano quasi invisibili mangiavano delle foglie di gelso era incredibile vederli crescere rapidamente, In tre - quattro settimane si gonfiavano e diventavano di un colore giallo quasi trasparente.
Era fantastico vedere che dalla sera alla mattina dopo li vedevi questi bachi che già iniziavano ha costruire del bozzolo che poi venivano portati da tutti i coltivatore in filanda dove le donne con speciale bagno nell’acqua calda iniziavano li sfilamento de quel piccolo sottile filo di seta.

L’inizio del 1943 non era cambiato niente le notizie che si sentivano non ci davano nessuna tranquillità si capiva che questa guerra stava diventando sempre più dolorosa, non passava un giorno che arrivava notizie di un soldato conosciuto del paese era rimasto vittima in Grecia oppure in Iugoslavia.
Io imparai tante cose su quel panificio dove ero stato assunto.

L’otto settembre, la radio annunciò che l’Italia firmò l’armistizio con gli alleati cioè i nemici di prima diventarono amici, i amici di prima diventarono i nemici, subito ci fu una grande festa.

Tutti pensavamo che l’incubo della guerra fosse finito.
Purtroppo fu l'inizio della vera tragedia, l’Italia si trovo divisa in due, il sud era con gli alleati mentre al nord c'era l’esercito tedesco, l’esercito italiano allo sbaraglio, gli ufficiali responsabili non erano stai informati, un vero panico.
I soldati scappavano dalle caserme cercando indumenti civili per poter raggiungere le proprie case e le loro famiglie, purtroppo coloro che le loro famiglie si trovavano al sud si sono fermati al nord dove erano alloggiati dalle famiglie volonterose.
Continua

mercoledì 12 gennaio 2011

È ORA DI RITORNARE A PARLARE DEL PASSATO

Carissimi amici carissime amiche, passate le feste ora che ho difinitivamente messo la bella foto del mio amato blog, ho pensato che molti di voi credo che non hanno sfogliato i miei racconti della mia vita. Perciò voglio ripubblicare i racconti che ha fatto il mio blog il mio passatempo.
ECCO IL MIO CAPITOLO 1
Sono nato l’otto settembre 1930 da genitori poveri, ma con tanto orgoglio. Mio padre era del 1892 e mia madre del 1898. Io ero il penultimo di cinque figli.
Mio padre era un emigrante e tutti gli anni, in primavera, partiva per cercare lavoro. Andava in Francia, Germania, oppure in qualche località italiana dove era possibile trovarlo.
Quando avevo cinque o sei anni vedevo mio padre che alla fine di febbraio preparava le valige. Mia madre, con le lacrime agli occhi, gli raccomandava di stare attento perché il suo lavoro poteva essere pericoloso. Era manovale, ma si trovava anche in situazioni di rischio quando lavorava nelle gallerie ed esse franavano all’improvviso. Ricordo che quando lo accompagnavo alla corriera lo vedevo mascherare il dolore di dover lasciare la famiglia.
Nella piazza dove sostava la corriera erano in tanti che partivano, tutti con lo stesso problema: la sopravvivenza delle loro famiglie. La nostra era una zona di forte emigrazione, l’ottanta per cento degli uomini emigrava per lavoro stagionale.
La zona di cui parlo si trova ai piedi dei colli dei grandi vigneti del prosecco. Eravamo orgogliosi di chiamare quella località “Quartiere del Piave”. Infatti, dal mio paese natio alle sponde del Piave, ci sono circa tre chilometri. Dal 1915 al 1918 l’area che ho detto fu teatro della prima guerra mondiale. Mio padre ci partecipò come soldato. Lui era un vecchio fante. La nostra vita era piena di stenti, le donne aspettavano quel po’ di denaro che i mariti potevano spedirgli, facendo i lavori più svariati. Questi emigranti erano la spina dorsale dell’economia del paese. I loro lavori erano sempre molto faticosi. Ogni anno puntualmente qualcuno ci rimetteva la pelle e la comunità faceva rimpatriare la salma dello sfortunato emigrante a proprie spese.
La vita continuava sempre onestamente. Ricordo che, quando incominciai la scuola elementare, eravamo tutti contenti. Era l’epoca del fascismo ed entrai a far parte dei “Figli della Lupa”. Ad ogni piccola ricorrenza politica o istituzionale, si indossava un cinturone al ventre a forma di X sul davanti. Al centro, una grande M stava ad indicare Mussolini. Passò del tempo e a nove anni divenni Balilla, cambiando completamente la divisa: camicia nera con copricapo che rappresentava il littorio, tipico stemma del fascismo.
Nel 1938 lo stato iniziò una raccolta di oro per aiutare le casse vuote per le grandi spese per la guerra in Africa.
Tutte le massaie furono invitate in piazza del comune per fare dono delle loro fedi di oro,
lo stato le sostitui con delle fedi di metallo, una lega di rame e ottone, la partecipazione fu quasi totale
la propaganda aveva convinto la massa che questo fosse necessario e giusto.
Una cosa ricordo bene noi scolari delle elementari aravamo preparati che quando sie entrava e si usciva nelle aule si doveva fare un saluto speciale, non dare il buongiorno ma dire, vincere, la risposta era, vinceremo, purtroppo le dittature creano anche questo.

Nel 1940, con l’inizio della seconda guerra mondiale, cominciarono i grandi problemi per l’Italia.
Tomaso

Buona serata a tutti/e,
Tomaso