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mercoledì 20 febbraio 2013

ASSENBLEA ANNUALE ALPINI GRUPPO ZIRIGO


Carissimi amici e amiche,
domenica scorsa ce stata l'assemblea 
del nostro gruppo di Zurigo.
Sottostante vi farò vedere qualche
foto di questi momenti importanti.





dopo l'assemblea è il momento del pranzo




il vecchio non poteva mancare:)

Come avete notato eravamo una bella 
compagnia, un pranzo abbondante
e naturalmente alla fine il dolce.
Qui sottostante vi voglio far vedere 
il verbale fatto dal presidente di giornata

  Verbale della 51ma Assemblea Generale

Oggi, 17 Febbraio 2013, alle ore 10,16 si da’ inizio in 2. convocazione, alla 51ma Assemblea Generale del Gruppo Alpini di Zurigo. Su proposta del Capogruppo Bertamini, viene nominato Caporale di Giornata l’Alpino Giancarlo Acerboni, e verbalista il Segretario Fabio Brembilla, il quale constata la presenza di 13 soci alpini, di 6 amici. Assente giustificato Mazza Emilio. Saluti al Gruppo di Winterthur, intervenuto con De Bartolomeis e Toigo. Un caloroso applauso alla Madrina Maria Cescato. I sala sono rappresentati Bellunesi, Trevisani, Valtellinesi e Valchiavenaschi, Friulani e Abruzzesi Grazie anche ai coristi del Coro Penne Nere, presenti malgrado la cessata attività. Ospite gradito Luciano Alban. Rappresentante del Comites e Alpino del Gruppo di Dietikon.
Il Capogruppo Bertamini chiede ai presenti un minuto di silenzio per gli Alpini De Monte, consigliere e prematuramente scomparso, e Gino Frighetto, uno dei più vecchi iscritti al Gruppo.

Il Presidente di giornata Acerboni, saluta l’Assemblea e ringrazia il Consiglio del Gruppo per l’impegno profuso lo scorso 2012 e propone un applauso. Di seguito sottopone il verbale della 50.ma Assemblea ai presenti e chiede l’approvazione all’Assemblea, che con un applauso manifesta di essere d’accordo col contenuto. Passa la parola quindi a Bertamini per la sua relazione morale.


Relazione Morale
Il Capogruppo Guido Bertamini, inizia proponendo la forza del Gruppo:

Alpini 19
Simpatizzanti 13
Amiche 6

“Il 2012 è stato un anno di soddisfazioni ma anche un anno che significato la perdita di due Alpini. Il ricordo del nostro 50mo si accompagna anche con la loro scomparsa, alla scomparsa di tanti soci che sempre si sono impegnati per tenere alto il nome degli Alpini e del Gruppo di Zurigo. Il gruppo ormai non è più numeroso ma sottolineo come la compattezza del Consiglio permetta ancora delle attività e di avere grandi soddisfazioni.”
Vengono elencate le attività svolte nel 2012:

  • Assemblea Generale
  • 25 Aprile
  • 2 Giugno
  • Adunata a Bolzano (hanno partecipato i soliti)
  • Festa Campestre (come sempre buona l’organizzazione e il risultato)
  • Eseltritt (negli ultimi anni si registra una flessione nella partecipazione)
  • Marcia Gmür (8 partecipanti)
  • 4 Novembre
  • 50mo del Gruppo

La partecipazione al 25 Aprile e al 4 Novembre viene lasciata libera.
“Quest’anno contiamo di ripetere tutte le manifestazioni dello scorso anno, ed in più organizzeremo di nuovo la Marcia Gmür.”
Bertamini continua: “Il 2013 sarà di nuovo un anno di soddisfazioni, ma serve l’impegno di tutti, a cominciare dall’Adunata, dove spero saremo numerosi, per continuare con le nostre attività, la scampagnata a Dietikon (16 giugno), il fine settimana a Eseltritt(31.08. e 01.09.), e senza dimenticare la Marcia Gmür (22.09.), dove è richiesto un aiuto da tutti gli iscritti.”

Termina con un GRAZIE a tutti coloro che collaborano e stanno vicini al Gruppo.

Il Caporale di giornata, dopo aver elogiato il Capogruppo e il Consiglio per il suo impegno,chiede l’approvazione della sua Relazione. Un applauso sancisce la piena fiducia dei presenti a Bertamini. Si passa quindi la parola al Cassiere..

Relazione del Cassiere
Della Valle Mario, il Cassiere, illustra brevemente il bilancio che registra un buon “movimento” in cassa, ma anche con la soddisfazione di avere avuto la soddisfazione di aver organizzato un bel 50.mo. I Revisore, Tomaso e Dal Din, hanno controllato il bilancio non rilevando irregolarità o errori. Nessuno avanza obiezioni. Per alzata di mano viene approvata la relazione della cassa. GRAZIE Mario.

Elezioni del Consiglio
Non essendoci candidature, Bertamini viene riconfermato Capogruppo per il prossimo biennio. I consiglieri si ripropongono in blocco. Bertamini chiede all’Assemblea se qualcuno vuole partecipare come consigliere alle attività del Gruppo. Non riscontrando nuove candidature, il consiglio uscente viene confermato per il prossimo biennio.

Capogruppo Guido Bertamini
Vice-CG Antonio Daprelà
Cassiere Mario Dalla Valle
Segretario Fabio Brembilla
Consiglieri Luciano Argenta
Riccardo Bressa
Egidio Lot
Gianpaolo Bassanello
Emilio Mazza

Revisore dei conti: Leo Dal Din e Tomaso.

Varie
Il Caporale di Giornata passa quindi alle varie.

Prende la parola il Presidente Sezionale Fabio Brembilla che porge i saluti e da delle informazioni riguardo l’andamento della Sezione. Da le ultime notizie sull’Adunata di Piacenza. Per l’Adunata di Piacenza riservati 70 posti, con la speranza che siano dignitosi. Informa i presenti che il 10 marzo si terrà l’Assemblea Generale della Sezione. Gli Alpini della Sezione sono 355, distribuiti in 27 cantoni. Sottolinea come il Gruppo di Ginevra, col suo Capogruppo Strapazzon, sia molto attivo e come spesso questa sua “esuberanza” scateni anche sentimenti contrastanti in seno alla Sezione. La Sezione malgrado il calo di forze, gode di buona salute e rimarrà ancora la Sezione più numerosa tra quelle residenti all’estero.
Brembilla parla poi a nome della Segreteria del Gruppo e informa delle prossime attività. Chi vuole presenziare all’Adunata di Piacenza deve annunciarsi in tempo, per evitare i soliti disguidi organizzativi.
Luciano Alban, ringrazia di essere stato invitato e porge i saluti a tutti i presenti. Il rappresentante del Comites, è sempre un attento osservatore della vita associativa. Ricorda le imminenti elezioni politiche, e il dovere che si deve adempiere nell’esprimere il proprio voto. L’anagrafe consolare dice che gli italiani a Zurigo stanno cambiando. Il 60% sono nati in Svizzera con doppia nazionalità. Ricorda di come in Italia non si veda opportuno sostenere attraverso finanziamenti i corsi di lingua e cultura italiana. Sottolinea come sarebbe bene che gli Alpini tengano vivi i contatti con le altre associazioni, e soprattutto con ii rappresentanti consolari. La partecipazione a manifestazioni come il 4 novembre e 25 aprile, è un modo per mantenere vivi i contatti con il “mondo italiano”. Ricorda il concorso organizzato con i ragazzi della Casa d’Italia per trasmettere alle nuove generazioni i valori del 25 aprile. Conclude con un plauso per tutti coloro che ricercano nel dialogo la soluzione dei problemi.
Riccardo Bressa, consegna ufficialmente al gruppo l’archivio del Coro.
Tomaso esprime un po di apprensione per gli alloggi collettivi, non sempre conformi alle aspettative degli Alpini più anziani.

Vengono riportati i saluti della signora Frighetto per il ricordo del Gruppo dato al marito Gino, scomparso lo scorso 2012. Saluti anche da Natalino, che impossibilitato a presenziare, attende notizie dal Gruppo e il “vaglia” per l’iscrizione. Un saluto anche da Ugo Da Vià, in Italia per vacanza.

Il Capogruppo consegna un ricordo a coloro che hanno festeggiato un compleanno “tondo” nel 2012: Dal Din Leo, indimenticabile Capogruppo. Ricordati anche Zani Vittorio, esperto e stimato micologo della città di Zurigo, e Dalla Valle Luigina, moglie del nostro cassiere Mario.
Ricordati i coniugi Bassanello che oggi compiono 110 anni in due.

Acerboni ringrazia tutti i presenti e non essendoci più interventi dichiara conclusa l’assemblea alle ore 12,00.

Segue il pranzo sociale.


Zurigo, 17 febbraio 2013

Il verbalista:      Fabio Brembilla

Sperando che abbiate visto come si
svolge un'assemblea del nostro  gruppo,
ogni cosa viene verbalizzate dal verbalista
Vi saluto calorosamente. 


lunedì 18 febbraio 2013

UN RICORDO CHE MI A FATTO FELICE

Carissimi amici e amiche,
siamo sempre con S. Valentino.
Rimarrete stupiti di questo racconto.
Illario qui a superato se stesso


IL CARRO MASCHERATO


Ogni anno, nel mese di febbraio, ritorna l’appuntamento con il Carnevale e la memoria mi riporta puntualmente agli anni ’50, alla mia giovinezza.
Vicino a Pieve di Soligo, mia città natale, si trova Sernaglia della Battaglia, paese noto in quanto teatro dell’ultimo assalto che portò il nostro esercito alla vittoria di Vittorio Veneto. In quel tempo l’emigrazione era molto forte: gli uomini andavano a lavorare nei vari cantieri, chi in Francia, chi in Svizzera e rientravano per una pausa del lavoro invernale a Natale. Ripartivano poi dopo il 14 febbraio, giorno dedicato a San Valentino e patrono del paese, portandosi nel cuore gli affetti familiari, la nostalgia del loro paese natio ed il ricordo della sfilata dei carri mascherati.
Le risorse finanziarie erano molto scarse, ma la voglia di divertirsi negli ultimi giorni della loro permanenza in famiglia spingeva i sernagliesi ad impegnarsi, lavorando anche di notte, affinché nei lunghi mesi di distacco dalla loro comunità restasse scolpito nel loro cuore il paese in festa per il santo patrono.
Quel giorno di domenica, del 1950, ci accordammo in cinque o sei ragazzi diciottenni, per recarci ad assistere alla sfilata dei carri mascherati. Non avevamo a disposizione mezzi di locomozione e, giocoforza, dovemmo trasferirci a piedi. La giornata serena e la prospettiva di divertirci non ci fecero sentire il freddo molto pungente dei quattro chilometri del tragitto.
All’inizio del paese trovammo le vie già intasate dal folto pubblico accorso in massa anche dai paesi vicini. A stento riuscimmo a raggiungere il centro abitato, da dove partivano i carri per la sfilata. Finalmente, dopo lunga attesa, s’intravide un primo carro che avanzava lentamente, trainato dai buoi. Rappresentava una tipica famiglia contadina, intenta nei lavori invernali. Si notava la nonna con “l’aspo”1 mentre filava la lana, il nonno intento ad aggiustare gli attrezzi da lavoro, una bambina che ricamava un fazzoletto, la mamma che sferruzzava.
Non ricordo il secondo carro. Ma il terzo sì, eccome! Non credevamo ai nostri occhi: raffigurava un accampamento di africani che danzavano intorno ad un uomo bianco, seduto all’interno di una “cagliera”2, sotto la quale si continuava ad alimentare il fuoco. I negretti erano tutti in vestito adamitico, coperti solo ai fianchi da uno straccetto ed erano capitanati da un ragazzo sui vent’anni, con una vecchia sveglia al collo. Suscitavano sì tanta meraviglia ed ammirazione, ma nel contempo anche pena e commiserazione per il grande freddo di quel pomeriggio invernale. La sfilata durò più di due ore e, con il passare del tempo, il freddo aumentava. Si potevano notare, anche da lontano, i brividi grossi come fagioli che vagavano per il loro corpo. All’improvviso, con grande delusione dei presenti e senza un’apparente motivazione, il carro deviò per una stradina laterale. Che cosa era accaduto? Si era dovuto correre immediatamente ai ripari: l’uomo bianco, nella “cagliera”, si stava letteralmente “lessando” e, a forza di alimentare il fuoco.
L’acqua stava per bollire davvero ed il pover’uomo rischiava di scottarsi!
Ho sempre pensato che i componenti del gruppo si fossero presi qualche malanno a causa della rigida temperatura. Solo non molto tempo fa, a circa sessant’anni di distanza, ho saputo che tutto era finito bene e che nessuno ebbe un benché minimo acciacco. Forse perché dovettero sudare le proverbiali sette camicie per eliminare il nero che si erano dipinti su tutto il corpo. Ho anche saputo cosa avevano escogitato per colorarsi: avevano bruciato molta paglia per ottenere della cenere di cui si erano serviti poi, dopo essersi spalmati su tutto il corpo del grasso di maiale. A quel tempo le vasche da bagno e le docce con l’acqua calda erano un miraggio: i protagonisti impiegarono qualche ora, al “calduccio” di una stalla vicina, muniti di spugne, spazzole e sapone per riuscire a riprendere il colore naturale della pelle.
L’ideatore del carro, colui che portava la sveglia al collo, si chiama Tomaso, emigrante e residente in Svizzera da oltre cinquant’anni. So che anch’egli ricorda con nostalgia gli anni di gioventù vissuti a Sernaglia della Battaglia. Spero, in un giorno non troppo lontano, di potergli stringere la mano.

io Tomaso, aggiungo che colui che poi ci aiutò molto nella costruzione di quel carro fu il maestro, Lino Teofilo Gobbato, e tutti quelli della scuola serale, dove io feci la V° classe elementare, non mi era stato possibile farla nel 1941, per motivi  che io ero più utile in casa, andando cercare legna nei boschi per bruciare. Il maestro Gobbato fu il fondatore dell'associazione dei Trevisani nel mondo di Sernaglia.
Ecco la pagella del 1950 della scuola serale
 
questa vecchia foto si intravede
la vecchia sveglia al mio collo

 

Illario Zabotti
Pieve di Soligo, febbraio 2013


1 Aspo: strumento che serviva per arrotolare il filo formando la matassa.
2 Cagliera: tradizionale paiolo per la cottura della polenta, in rame battuto di grosso spessore, che ha pareti alte e leggermente convesse, il fondo bombato e un solo manico ad arco ribaltabile. 

Spero che questo racconti di Illario vi sia piaciuto 
un abbraccio forte forte a tutti/ 


sabato 16 febbraio 2013

I PARENTI BRASILIANI SONO PARTITI

Carissimi il tempo vola, e eccomi
di nuovo, ecco alcune foto dei parenti.
Come vedrete dalle foto siamo contenti,
anche se fuori alla piccola passeggiata
al lago di Zurigo era freddissimo.
 
in casa da mia figlia
in casa di mio figlio
aspettando l'autobus
 al lago di Zurigo
anche questo volatile è freddo
fuori di dove abitiamo
la cugina amante dei gatti
un terzetto felice che sorride
il brindisi in casa nostra.

Vi saluto tutti/e scusandomi se non,
passerò per ora da voi per dei commenti.
Un abbraccio forte forte! 

mercoledì 13 febbraio 2013

AUGURI DI SAN VALENTINO

Prima di iniziare, vi faccio notare che,
per due tre giorni sarò molto occupato
per una visita di parenti dal Brasile,
perciò sarò assente dal PC. 

Eccomi qui cari amici e amiche,
oggi vi voglio augurare a modo mio,
un San Valentino sincero e duraturo.
Non dimenticatelo mai!!!
Tomaso 
Sognando  il mare
un vortice di cuori
BUON SAN VALENTINO
DAL MIO PROFONDO DEL CUORE 

martedì 12 febbraio 2013

CONTINUA LA NEVE FRESCA COME IL PANE

Ecco qui cari amici e amiche, oggi alle
8.30 cosi si vede dalla finestra e dal balcone.



spero che piano piano finisca questo freddo e
lungo inverno, siamo un po stanchi per fortuna
siamo sempre al calduccio, un abbraccio forte.

venerdì 8 febbraio 2013

RITORNO SULLA STORIA DEL NOUVO AMICO

Carissimi amici e amiche, credo sia giusto 
prima di pubblicare qualche racconto del 
mio amico Illario, è giusto che voi tutti/e
sappiate qualcosa di più di questo signore,
che è rimasto sempre un ragazzo dentro  il cuore.
Credo che dovreste leggere attentamente quanto,
è poi avvenuto a questo sventurato, amico.  
  
Sono nato nel 1932 Sesto di nove fratelli di cui quattro sorelle, alla mia nascita mamma decise che era tempo di invertire la moda, di imporre sempre i soliti nomi di Angelo, Giovanni, Luigi o Giuseppe, aiutata da mio fratello Giovanni di dieci anni maggiore di me, scoprì che il 14 gennaio si festeggiava Sant’Ilario e scelse proprio questo nome, da imporre al nuovo nato. La sfortuna volle, che l’ufficiale di stato civile, poco avvezzo a scrivere simili nomi sbagliasse. obbligandomi per tutta la vita a firmare Illario con due elle.
Nell’anno 2006 mi iscrissi all’Università per adulti di Pieve di Soligo.
Feci questa scelta per accontentare mia figlia Francesca, la quale continuamente mi stimolava a partecipare a questa attività istruttiva.
Man mano che il tempo passava ed avendo come fortuna il dono della memoria, mi appassionai ai racconti letti dal nostro professore di italiano Angelo Picot.
Memore degli insegnamenti impartiti dalla mia maestra elementare provai a scrivere un racconto riguardante la mia infanzia ricevendo complimenti ed incoraggiamenti da tutti.
Non basta. Per facilitare la scrittura ho imparato ad usare il computer ancora grazie ai corsi proposti dall’ Università e all’aiuto ed il sostegno degli altri studenti.
Finora ho scritto una cinquantina di racconti di vita vissuta, qualcuno pubblicato anche in altri giornali oltre al Forziere.
Illario Zabotti

 Qui inizia il suo calvario, il racconto è lungo 
ma vale la pena, di leggerlo tutto attentamente 
 
L’INCIDENTE

Il 1978 è ricordato tristemente dalla storia come l’anno dei tre Papi e per l’assassinio di Aldo Moro e della sua scorta.
Anche per lo scrivente non fu un anno benigno. Era il 20 giugno, verso le ore 17.00. Stavo rientrando dal lavoro lungo la strada che da Ponte di Piave porta a Cimadolmo, più precisamente in prossimità dell’incrocio con la frazione di Roncadelle, in Comune di Ormelle. In questa località avvenne il fatto che sto per raccontare.
Prima dell’incrocio notai un camion che stava girando a sinistra. Proseguii la marcia sulla mia destra e rallentai la velocità per dare modo all’automezzo di completare la manovra. Improvvisamente mi si parò dinnanzi un secondo autocarro. Il conducente si era immesso sulla stessa scia del primo mezzo, senza aver verificato che la strada fosse libera. Tentai una frenata disperata, ma inutilmente: l’urto fu violento e le conseguenze per me molto gravi, anche a causa del tipo di mezzo che avevo in dotazione. Era un furgone 900 di cilindrata con motore posteriore per cui nell’impatto le mie gambe trovarono riparo, si fa per dire, solo grazie alle lamiere esterne.
Ricordo che, nell’attimo precedente la collisione, concentrai le mani e tutte le mie forze sul volante per evitare lo schiacciamento dello sterno, mentre con la gamba destra pigiavo fortemente il pedale del freno, nella speranza di potermi fermare in tempo. Non fu così ed avvertii subito un forte dolore alle gambe, ma non persi conoscenza.
Furono attimi di panico sia per me che per tutti i presenti e per il mio investitore. Credendomi morto, nessuno si decideva a prestarmi i primi soccorsi. Udirono poi le mie urla che imploravano di liberarmi dalla morsa delle lamiere contorte. Qualcuno si premurò di richiedere l’intervento del pronto soccorso e qualche altro di fare leva sul volante in modo che lo stesso non comprimesse lo stomaco. Terminata l’operazione fui invitato ad uscire dall’abitacolo, ma preferii attendere l’arrivo dell’ambulanza consapevole che i feriti possono subire gravi conseguenze se rimossi da personale non sanitario.
Passarono alcuni interminabili minuti ed ecco avvicinarsi a sirene spiegate l’ambulanza. A bordo due infermieri i quali, dopo aver verificato che non avevo emorragie e che la mia lucidità era intatta, mi chiesero dove sentivo maggiormente il dolore. Risposi che provavo una forte sofferenza alle gambe ed aggiunsi: «Spero non siano rotte!». Con molta delicatezza uno dei due infermieri mi sollevò la gamba sinistra, poi con assoluta schiettezza ed un mezzo sorriso (forse per incoraggiarmi) mi comunicò: «Purtroppo questa è rotta!». Ripeté l’operazione con la gamba destra ed arrivò ad un’analoga e laconica conclusione: «Sono rotte tutte e due!».
Fui immediatamente trasportato all’ospedale più vicino, ad Oderzo. Durante il percorso il pensiero correva a casa. Come potevo fare per avvisare Elena, mia moglie? Quella sera, tra l’altro, ero particolarmente atteso al ritorno dal lavoro. Mio fratello, padre Giovanni, festeggiava il trentesimo anniversario della sua ordinazione sacerdotale, avvenuta il 20 giugno 1948, festa della Madonna Consolata. Una volta rientrato avrei dovuto partecipare ad una celebrazione Eucaristica da lui stessa presieduta e ad un successivo momento conviviale, con la presenza di tutte le nostre famiglie. Realizzai quindi che era necessario informare subito Elena dell’accaduto per evitare inutili allarmismi in famiglia e nella parentela.
Giunto al pronto soccorso mi furono prestate le prime cure ed udii che gli addetti telefonavano ai reparti di ortopedia degli ospedali di Conegliano e di Treviso per un trasferimento. Mentre attendevo l’esito dei colloqui, pregai un infermiere di passarmi una telefonata al numero di casa. Facendomi forza e con la voce più normale e calma che riuscii a trovare, spiegai a Elena dell’incidente, le indicai il luogo in cui mi trovavo e, per non farla preoccupare ulteriormente, le raccontai una mezza bugia: «Sai, i medici dicono che mi sono rotto una gamba!». Non ero a conoscenza, in quel momento, che i sanitari avevano già informato i dirigenti del Consorzio B.I.M. Piave, miei datori di lavoro, delle condizioni fisiche per nulla rassicuranti in cui mi trovavo.
Potrei descrivere molti altri particolari di quelle ore, ma mi fermo qui. Dirò solo che fui trasferito a Treviso dove, dopo vari esami radiografici, alle ore 22 fui ricoverato in ortopedia con la seguente diagnosi: «Gamba destra: lussazione di anca con frattura di cotile, frattura della rotula, frattura dei malleoli e della tibiotarsica. Gamba sinistra: frattura ala iliaca e del femore. Frattura di tibia e perone».
Con grande sorpresa e sollievo, trovai Elena al mio capezzale. Era visibilmente provata dalla lunga attesa ed incertezza di quelle ore vissute con trepidazione, durante le quali non aveva potuto né vedermi né avere notizie certe sulle mie effettive condizioni.
Non voglio nemmeno tentare di descrivere le sofferenze patite, è troppo doloroso rivangare quei giorni. Dirò solo che proprio grazie e soprattutto all’aiuto ed al sostegno di mia moglie, alla vicinanza dei miei figli come pure all’affetto dei miei parenti ed amici, riuscii a reagire e superare un simile frangente.
Un giorno, scherzando con un infermiere, gli dissi di come mi sarebbe piaciuto possedere i suoi soldi. Lui, di rimando, mi rifilò secca questa risposta: «Ed io vorrei avere i tuoi figli!». Rimasi sconcertato, ma quel letto d’ospedale servì a farmi ulteriormente capire la grandezza e l’importanza di avere accanto una famiglia e dei figli. Provai un grande dispiacere per quella persona che aveva un grande desiderio di paternità ed il cui sogno non si avverava, e gli chiesi di cuore perdono per l’infelice battuta.
Subii tre interventi con fissaggio di protesi e cinque trasfusioni di sangue. Dopo un mese di degenza fui dimesso in attesa di essere avviato alla riabilitazione, non appena fosse trascorso un adeguato periodo post operatorio.
I miei guai, però, non erano ancora finiti. Passai una quindicina di giorni nella mia casa, circondato dall’affetto di Elena, dei figli e di tanti familiari, amici e conoscenti. Pur nella sofferenza, cominciavo lentamente a rivivere. Un giorno, però, notai uno strano sguardo di apprensione in mia moglie. Elena, poi, insistette affinché chiedessi al nostro medico di famiglia di farci visita e mi rassicurò dicendo: «Così sentiamo anche il suo parere!». Purtroppo la sensazione di Elena, da me recepita ma non subito compresa, si rivelò esatta. Il medico, appena mi vide, si ritirò con lei nella stanza attigua per qualche minuto e, dopo aver confabulato sottovoce, rientrò nella mia camera con questa “sentenza”: «Illario, hai contratto l’epatite virale. Probabilmente sarà stato a causa del sangue trasfuso». Per inciso dirò che l’anno successivo si scoprì come le persone sane potessero essere portatrici di tale virus e che, dopo qualche anno ancora, gli studi sui vari tipi di epatite furono ulteriormente approfonditi.
Fui immediatamente trasferito all’Ospedale di Soligo, in isolamento, per quaranta giorni. Nel frattempo tutti i miei familiari subirono dei controlli per accertare che non fossero stati contagiati.
Per quindici giorni soffrii di nausee ed inappetenza, ma soprattutto mi struggevo per l’isolamento. Il divieto era totale, nessuna concessione, nemmeno per mia moglie ed i miei figli. Era la cosa più difficile da sopportare, più della malattia stessa. Ero a letto, non mi potevo alzare, mi radevo elettricamente senza potermi specchiare ed usando il tatto. In questo fu sicuramente complice Elena: lei non voleva che, osservando il mio viso completamente giallo, proprio come un limone, mi spaventassi. Grazie alla bravura dei medici ed alla mia caparbietà riuscii a superare la fase critica e cominciai la lenta risalita. Trascorsa la quarantena fui dimesso e rientrai a casa per essere poi nuovamente ricoverato alla fine di ottobre presso l’Ospedale di Treviso per un periodo cure fisioterapiche ai fini della riabilitazione.
Su ordine dei sanitari e per dare modo alle mie ossa di calcificarsi, passai oltre novanta giorni sempre a letto. Dopo tutto questo tempo fui autorizzato ad alzarmi aiutandomi con le stampelle e dando il peso del corpo sul solo piede sinistro. Particolare significativo è che il mio peso corporeo era diminuito di 20 kg. Ma ciò non contribuiva a ridurre la fatica ed il dolore che dovevo sostenere con gli esercizi di riabilitazione. In particolare il piegamento del ginocchio destro, al quale era stata asportata mezza rotula, mi provocava inevitabilmente gemiti ed urla.
Fui dimesso ai primi di novembre, ma solo tre giorni prima di Natale ebbi l’autorizzazione di camminare con ambedue le gambe. Ricordo che occorse qualche giorno per riabituarmi a muovere correttamente entrambi i piedi: la lunga inattività mi aveva fatto dimenticare l’uso degli arti inferiori! Si avverava così, in modo assolutamente preciso e puntuale, la previsione del medico del pronto soccorso il giorno del mio ricovero.
Durò poi meno di una settimana, a metà febbraio, la degenza per estrarre le viti di sintesi occorse per la sistemazione della caviglia.
Fu in quel giorno, mentre aspettavo di essere dimesso, l’aiuto primario mi chiamò e presentandomi ad un paziente, (Così vengono chiamati i ricoverati in ospedale), mi invitò a raccontare la mia storia di pluricofratturato. Vede mi disse: questo signore le manca la fiducia ma anche la pazienza per guarire. Quando avrà finito di parlarle raccontandole la sua odissea una certa dose di ottimismo le avrà certamente infuso.
Il primo aprile del 1979 il medico di famiglia dott. Tormena, mi propose, di rientrare al lavoro. Non ero ancora del tutto ristabilito, ma in attesa della completa guarigione ed in accordo con la ditta, avrei potuto svolgere temporaneamente una mansione diversa e più consona alle mie condizioni fisiche. Accettai di buon grado nella speranza che anche questo passo avrebbe contribuito al completo recupero. In effetti, da tempo avevo imparato ad aiutarmi da solo facendo tesoro delle insegnamenti del Primario di ortopedia.
Dopo l’ultima visita di controllo mi aveva elencato una serie di consigli raccomandandomi di non dimenticarne nessuno: cercare di non aumentare di peso; ginnastica e sport da eseguire a scarico, come cyclette e nuoto; camminare il meno possibile; non sollevare pesi; cicli di cure termali. Nel congedarmi aveva pure aggiunto: «E se ha delle simpatie per qualche Santo, gli porti pure un grosso cero! Vede, non è facile guarire così bene da una serie di fratture tanto varie!».
Fui ricoverato altri dieci giorni a Treviso, per l’ultima volta, nel mese di ottobre 1980 per l’asportazione delle protesi del femore e della tibia. Mi occorsero più di trenta giorni per guarire completamente.
Ripercorrendo questo doloroso episodio della mia vita, mi rendo conto che non è per nulla piacevole leggere il racconto della mia lunga odissea. Spero però che possa servire a tutti, me compreso, per non dimenticare mai che bisogna sempre mantenere tanta fiducia nella vita e nel prossimo, anche nei momenti più difficili.
Concludo ricordando infine che, nel settembre 1981, eseguii anche l’ultimo suggerimento del Primario. Mi recai in pellegrinaggio a Lourdes per ringraziare doverosamente la Madonna di avermi salvato dal brutto incidente e restituito alla famiglia nel pieno delle mie facoltà fisiche. Sicuramente deve aver gradito le mie preghiere se, dopo ben trentadue anni, mi è ancora concessa la possibilità di scrivere questi ricordi.

Illario Zabotti



Pieve di Soligo, maggio 2010 

Cari amici è doloroso questo racconto ma mi 
sentivo il dovere di raccontarvelo interamente.
Un abbraccio a tutti/e
 

giovedì 7 febbraio 2013

POST FRESCO COME IL PANE

MI SCUSO SE NON FACCIO DA VOI 
I NORMALI COMMENTI, TROVO DIFFICOLTÀ!
Carissimi tutti, oggi inizio per farvi vedere
il panorama, dalla mia finestra,
si vede chiaramente una pista.

veduta da una mia finestra, 2 giorni fa,
si vede chiaramente la pista 
dallo stesso posto la veduta,
ora in questo momento,
Auguro a tutti voi, 
una splendida giornata.

UNA VERA SORPRESA DI AMICIZIE

Carissimi amici e amiche oggi sono qui per raccontarvi una storia. In occasione di un post fatto da mio fratello Tiziano.
uno sconosciuto abitante in un comune limitrofe  ha notato la storia dei carri mascherati di Sernaglia in quei anni che io partecipavo sui carri questo aveva notato un carro particolare sul quale cero anch'io   cosi chiese a Tiziano se  di quel gruppo ci fosse ancora qualcuno, che lui avrebbe avuto il piacere di sapere chi fossero. In poche parole mi sono messo in contatto con questo signore, e ho fatto una scoperta anche lui ha scritto delle storie della sua vita, è un quasi coetaneo del 1932.  
Ecco qui sottostante una bella storia vissuta.

LA MIA MAESTRA

Quando da bambino frequentavo le elementari ricordo il sacro rispetto , meglio il terrore, che mi incuteva la mia maestra .
Di portamento austero , si chiamava Antonietta De Col Fontebasso, moglie del maestro di musica, che suonava l’ organo in chiesa a Pieve.
Aveva una malformazione al naso così evidente che per noi bambini era la maestra dai due nasi. Di salute cagionevole, soffriva di cuore , così i periodi che si assentava dalle lezioni, diventavano per noi alunni veri e propri giorni di festa .
Erano gli anni di guerra 40-43 .
Da buona insegnante, se voleva occupare quel posto, doveva per forza di cose inculcarci l’ insegnamento del regime fascista.
Ragione per cui, dalla terza elementare in poi, il suo insegnamento era sempre volto, ad esaltare la grandiosità dell’ impero romano, dalla quale traeva ispirazione, il regime dei fasci del littorio di Benito Mussolini.
Su di me, esercitava un’ attrazione e un fascino fortissimi, i racconti delle guerre puniche , gli scontri tra Orazi e Curiazi, le legioni, le centurie, i manipoli.
Si dilungava anche nel descrivere i vantaggi della dittatura, durante la quale, come nell’ impero romano, il comando in tempo di guerra era affidato ad una sola persona, per poi tornare, in tempo di pace, al Senato.
Le classi erano rigidamente divise tra maschi e femmine, in media composte da 45- 50 scolari.
Le lezioni incominciavano alle 8.30 e terminavano alle 12.40, di solito senza intervallo per la ricreazione, salvo 4-5 volte al mese quando veniva praticata una specie di ginnastica, denominata pomposamente educazione fisica.
La mattinata scolastica, iniziava con l’ entrata in classe della “signora maestra”, il segno della croce e la recita di un’ Ave Maria.
Si passava poi a leggere a turno, e a voce alta del Bollettino di guerra, pubblicato sul Gazzettino, che portava immancabilmente la maestra. Alla fine il ragazzo pronunciava forte”Vincere “ e la scolaresca in coro rispondeva “Vinceremo”.
Qualche tempo dopo, quando i rovesci militari subiti dalle nostre, truppe portarono alla totale esclusione, della presenza italiana in Africa, il motto venne cambiato con “ In Africa ritorneremo”.
Essendo le classi così numerose, era ovvio che la maestra non potesse seguire individualmente gli scolari: impartiva solo nozioni e quelli che non le recepivano subito, venivano bocciati; ecco perché era molto facile trovare qualcuno, che ripeteva l’ anno più di una volta.
Tra i miei coetanei di quinta elementare ricordo Beniamino e Italo da Falzè di Piave , Bruno da Refrontolo, Antonio da Solighetto, Lino da Barbisano, che ogni mattina con costanza, percorrevano a piedi 3 km di strada, per raggiungere la scuola del capoluogo, dal momento che nei plessi scolastici delle frazioni, non era possibile conseguire la licenza elementare.
Con ammirazione, mista ad invidia, ricordo pure Giacinto, mite e discreto, che credo non abbia mai ricevuto un rimprovero dalla maestra, anzi additato sempre come modello per tutti noi, per la sua bravura nella composizione scritta in italiano.
Come quella volta, che in un compito di italiano dal titolo “ I miei giochi” usò la seguente frase “Io gioco sempre al calar del sole “che la maestra ci fece notare per la proprietà e ricchezza lessicale.
Un giorno però eravamo in quarta, quel poco di invidia, sparì completamente.
Il regime per saggiare l’ indottrinamento delle nuove generazioni indì un concorso a cui parteciparono alcuni alunni del Quartier del Piave. La maestra indicò Giacinto, e mai ringraziai il cielo così tanto, soprattutto quando venni a conoscenza del titolo del tema assegnato che suonava così “Marciare e combattere a fianco dei soldati”
Anche al giorno d’oggi, ripensandoci, non riesco a capire come si potesse pretendere da bambini di dieci anni tanta capacità di immaginazione e di espressione, quanta ne comportava un simile argomento.
Il regime, aveva coniato per quei tempi, una parola che era tutto un programma “AUTARCHIA”, volendo inculcare nella mentalità, degli Italiani la volontà di produrre , fabbricare e consumare solo prodotti nazionali, in conseguenza anche delle sanzioni subite dall’Italia per l’occupazione dell’ Etiopia.
In questo clima, maturò perciò un’altra iniziativa propagandistica, sempre voluta e fortemente proposta dalle “alte sfere”.
Tutte le famiglie, con figli in età scolare, dovevano avere l’ orto di guerra, così la maestra ci ordinò, di misurare uno spazio, dove poter seminare alcuni semi di girasole, che una volta cresciuti e maturati dovevano dare l’ olio nazionale.
Il giorno fatidico della distribuzione dei semi, fummo chiamati ad uno ad uno alla cattedra, e la maestra ne consegnò un congruo numero, in base ai metri quadrati che ciascuno aveva a disposizione.
Venne il turno di Arturo, che appena ricevuto in mano il cartoccio di semi, rivolto alla maestra chiese “Cosa debbo fare con questi?” “Devi seminarli in quei metri quadrati che hai a disposizione per l’ orto di guerra” rispose la maestra.
Allora Arturo, ammise candidamente, di aver misurato la superficie della cucina. La sua famiglia composta di cinque persone viveva infatti in una casa di tre stanze in totale, senza nessuno scoperto.
Ma si sa la maestra aveva ordinato, e gli scolari dovevano obbedire .
A sentir ciò la maestra trasalì, e con la voce rotta dall’ emozione gli intimò “Vai a posto!” Prese la bacchetta che teneva sempre a portata di mano e avvicinatasi ad Arturo, seduto mortificato nel suo banco, lo colpì e lo percosse un’ infinità di volte intercalando e urlando”Ti insegno io a prendere in giro la maestra !!!” La campanella di fine lezione, salvò Arturo da una maggior punizione.
Il giorno dopo la madre di Arturo accompagnò il figlio e mentre la maestra esponeva l’ accaduto udii il suo commento “ L’ à fat ben siora maestra , la ghe dae saa , parchè , se no, quel tosat là, nol impara gnent!”
Il sabato pomeriggio, era stato dichiarato sabato fascista, per cui tutti gli alunni delle elementari, erano obbligati a parteciparvi.
Essi venivano radunati, ed inquadrati per età, al campo Careni, suddivisi poi in Figli della Lupa, Balilla, Balilla Moschettieri; quelli della maggior età -16 anni- erano Avanguardisti e Camicie Nere.
Ricordo che facevo parte di un plotone di Balilla, comandato da Federico, un giovane Avanguardista di 16 anni: ai suoi ordini marciavamo avanti e indietro lungo il tratto di strada di via Sartori che intercorre tra il collegio Balbi e il semaforo, spesso cantando:”Temprati da mille passioni…..Vincere e Vinceremo in cielo in terra in mare….
Coloro però, che disertavano un simile obbligo, venivano per così dire, imprigionati.
Un incaricato della G.I.L. (Gioventù Italiana del Littorio ) si recava in classe alla fine delle lezioni, e tutti coloro che erano mancati alle esercitazioni del sabato, prima venivano condotti in fila in una stanza all’ ultimo piano della casa del fascio, l’ attuale municipio, e là segregati per due ore, senza mangiare, con l’obbligo di presentarsi alle 15 a marciare. So recitare ancora a memoria, il testo del giuramento imparato, per gli esami di licenza elementare:Nel nome di Dio e dell’Italia giuro di eseguire gli ordini del Duce e di seguire con tutte le mie forze e se necessario il mio sangue per la causa della rivoluzione Fascista.
L’ anno di quinta era già incominciato, da qualche mese quando, la maestra ci presentò un nuovo alunno, non ricordo se un anno o due più giovane di noi.
Si trattava di Marco Sammartini, lui studiava privatamente, ma per la licenza elementare, era obbligatoria la frequenza alla scuola pubblica.
Marco frequentò le lezioni per un periodo, poi la maestra un giorno annunciò che aveva concluso gli studi .
La zia di lui, recandosi in visita, in segno di riconoscenza fece dono alla signora Fontebasso, di cinquanta lire da destinare ai bisogni della classe che furono suddivisi così :10 per comperare materiale per il lavoro in classe, vimini per impagliare i fiaschi, attrezzi per il traforo, compensato, seghetti; e dieci lire ciascuno ai quattro alunni più meritevoli, depositati in un libretto della Cassa di Risparmio, da ritirare solo al raggiungimento della maggiore età.
Uno di questi premi toccò anche a me, che con orgoglio lo consegnai ai miei genitori.
Inutile dire che anche per quei tempi la cifra era assai modesta- con 50 lire si comprava 1 kg di carne- e che l’ inflazione se la mangiò tutta. Di quel libretto la Cassa di Risparmio non mi dette più notizie e a me non restò nemmeno la soddisfazione di ritirarlo.
Per ciò che mi ah insegnato, e per la sua dirittura morale, della mia maestra serbo sempre un grato ricordo, anche se dopo aver conseguito la licenza elementare non ebbi più modo di parlarle.
I dolorosi fatti, avvenuti dopo l’8 settembre, hanno contribuito a questo distacco, con di più poco dopo la signora Fontebasso si trasferì altrove con la sua famiglia. Alle volte, mentre scrivo qualsiasi cosa, il mio pensiero corre a lei, quando ammoniva noi scolari a non incorrere in errori sintattici come quel soldato che scrisse a casa così: Carissimi vengo a voi, con queste due righe, per farvi sapere che io sto bene, ma il cavallo del capitano e morto, così spero sia di voi.
Mi ricordo pure con quanta solerzia ci invitava a non adoperare il verbo fare, negli scritti ed anche nel parlare. Soleva spesso ripetere, non si fa un lavoro, si esegue. Oppure non si fa mai la barba, ma ci si rade.
Anche quando,sfoglio un libro o un giornale, cascasse il mondo non bagno mai il dito con la saliva per facilitare il movimento delle pagine, la mia maestra infatti ci aveva rimarcato la pericolosità che tale operazione comportava, poiché se uno prima di noi avesse fatto la stessa cosa, la saliva di lui avrebbe contagiato anche noi, Con i rischi di contagio ,e se fosse stato malato di T.B.C?. Avremmo potuto ammalarsi anche noi?
A quel tempo il pericolo di contrarre questa malattia esisteva d’avvero, per cui il Regime Fascista aveva promosso una vasta campagna di prevenzione, nelle scuole onde evitare, il diffondersi di questo morbo, la maestra con la sua autorità ci aveva fatto capire l’importanza di seguire le più elementari norme igieniche.
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Prima che la memoria mi tradisca voglio trascrivere le canzoni che il Regime Fascista ci obbligava a cantare nei sabati dove si impartiva le norme militari di preparazione alla guerra
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Temprati da mille passioni la voce d’Italia squillò
Centurie coorti legioni in piedi che l’ora suonò
Avanti gioventù ogni vincolo ogni ostacolo superiamo
Spezziam la schiavitù che ci soffoca prigionieri sul nostro mar

Vincere ,vincere ,vincere,e vinceremo in cielo in terra e in mare
E una parola d’ordine di una suprema volontà
Vincere ,vincere ,vincere, ad ogni costo nulla ci fermerà
I nostri cuori esultano nell’ansia d’obbedir
Le nostre labbra giurano o vincere o morir

Elmetto pugnale moschetto a passo romano si va
La fiamma che brucia nel petto ci sprona ci guida si va
Avanti gioventù ogni vincolo ogni ostacolo superiamo
Spezziam la schiavitù che ci soffoca prigionieri sul nostro mar
Vincere ,vincere ,vincere, ecc……
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Nizza, Savoia, Corsica fatal,Malta baluardo di romanità
Tunisi nostra sponde monti e mar tuona la libertà la libertà
Va gran maestrale urla ruggì con furor stranier via
Duce col rostro che Duilio armò Roma fedele a te trionferà

In armi camicie nere in piedi fratelli Corsi
Voi vi trovate al fin la patria santa la gran madre che vi amò che vi chiamò
Con la spada i corsi con la fede invito Duce rivendicò
Di Malta lo strazio grida nel cuore d’Italia
Audacia che irrompe sfonda britannici navigli schianterà
Noi ti riconquistiam con Garibaldi, Nizza, Nizza col tuo biondo marinar
Vinceremo Duce vinceremo tu sei la gloria e l’avvenir
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Una poesia al soldato ignoto
Il più giovane il più forte con il sangue sulla faccia
E la croce delle braccia disarmato dalla morte
Fu sepolto in questo prato con le stelle del soldato
Senza bara ne sudario senza un fiato di preghiera
Sotto un po’ di terra nera che assomiglia al tuo Calvario


Pieve di Soligo Maggio 2006
Illario Zabotti

Carissimi tutti/e spero che sia piaciuta
 questa reale storia vissuta.
un abbraccio. 

mercoledì 6 febbraio 2013

DAL PASSATO, RITORNIAMO AL PRESENTE

Questa mattina vedendo che stava nevicando 
 mi è venuto una bella idea!!! Guardate se vi piace
peccato che dai vapori e dal vento non è molto bello
fatto con il cellulare

È stato bellissimo.

Ora vengo ad un racconto molto importante.

Carissimi amici e amiche, oggi vi voglio far vedere
 una consegna dei diplomi ottenuti dopo 4 anni 
di lunghi corsi di fine settimana,
delle brave madri di famiglia si sono impegnate 
alla fine settimana per poter ottenere 
il tanto sospirato diploma di massaggiatrice 
del sistema, Shiatsu, è un massaggio 
a tappeto tradizionale giapponese.
Una scuola specializzata in questo tipo 
è molto conosciuta a Zurigo.
Le foto sottostante potete vedere la sala 
dove vengono fatte le lezioni per studiare
 il corpo e tutte le sue funzioni, 
muscoli, tendini e sistema nervoso

 il rito del saluto prima della consegna
del diploma

i due vecchietti non potevano mancare
è stato molto emozionante la consegna 
del tanto desiderato diploma,
ora possono esercitare liberamente
la bella professione riconosciuta
dalla casse mutue Svizzere.
Buona serata a tutti/e dal
dal vostra amico